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L’Età del Bronzo (III-II millennio a.C.) rappresenta il primo stadio dell’Età dei Metalli. Essa è contraddistinta dall’adozione della metallurgia del bronzo (lega di rame e stagno). L’utilizzo del bronzo consentì di fabbricare una maggiore varietà di utensili e di armi. L’elevato costo di produzione di questi strumenti comportò il perdurare dell’impiego di utensili in pietra, la cui realizzazione risultava meno onerosa dal punto di vista economico.
La lavorazione del bronzo introdusse nuove organizzazioni sociali e culturali: l’acquisizione delle materie prime implicò infatti spostamenti umani e intreccio di relazioni. Inoltre, il metallo poteva essere riutilizzato, costituendo così la prima materia riciclabile.
L’Età del Bronzo viene suddivisa nelle fasi antica, media, recente e finale. Il Bronzo finale è seguito dall’Età del Ferro.
Nel Museo di Antropologia sono presenti numerosi reperti attribuiti all’Età del Bronzo. Tra questi, ricordiamo la Collezione di oggetti proveniente da Troia, identificata con Hissarlik in Turchia. Essa fu donata nel dicembre del 1878 a Giustiniano Nicolucci da Heinrich Schliemann, il celebre scopritore e scavatore di Troia e di Micene. La collezione, ascrivibile all’antica età del Bronzo anatolica (circa 3000 a.C.), è costituita da 196 reperti, oggetti di pietra quali macine a mano con macinello, asce-martello, lame di ascia, elementi di pietra scheggiata.

Bibliografia:

FEDELE F., GUADAGNO G., 1984. Campania Archeologica. Novara
FEDELE F., 1999. Il Museo di Antropologia: origini, sviluppo e riscoperta, in I Musei Scientifici dell’Università di Napoli Federico II, a cura di Fratta A., Fridericiana Editrice Universitaria, 185-259.
FEDELE F., 2007. Introduzione al popolamento preistorico della Campania nel contesto dell’Italia meridionale, in Testimonianze dell’uomo paleolitico tra Irpinia e Daunia, a cura di Forgione S., Soldati I., Velox Print, 21-48.

Le ampolle del Lorenzini sono speciali organi di senso tipiche di alcuni Condroitti, gli Elasmobranchi, e prendono il nome da Stefano Lorenzini, il medico italiano, che verso la fine del 1700 scoprì tali strutture anatomiche.
Si tratta di gruppi di minuscoli tubuli presenti nella pelle della regione cefalica e contenenti un fluido gelatinoso che emerge dal poro escretore in seguito a leggera pressione esercitata su di essi. In ciascun gruppo ogni ampolla consiste in un canale più o meno lungo che si apre sulla superficie cutanea con un minuscolo poro e la cui base, raggiunta dalle fibre nervose, generalmente si dilata in diverticoli.
La parete del canale è tappezzata da un epitelio pavimentoso semplice; la parete della base è invece tappezzata da uno strato di cellule piramidali a superficie appiattita, riccamente innervate e costituenti l’epitelio sensoriale, intercalate da grosse cellule piriformi che secernono la sostanza gelatinosa contenuta nel canale.
Le ampolle del Lorenzini sono state per lungo tempo interpretate come organi destinati a percepire le variazioni della pressione idrostatica tramite cambiamenti del grado di rigonfiamento del loro contenuto gelatinoso che preme sull’epitelio sensoriale, deputati quindi ad informare l’animale della profondità alla quale si trova (funzione svolta in molti osteitti dalla vescica natatoria).
Recenti studi hanno, invece, dimostrato che le ampolle del Lorenzini sono elettrocettori, attraverso i quali gli squali e le razze riescono ad individuare i campi elettro-magnetici prodotti da eventuali prede. Le ampolle hanno anche funzione termocettrice, informando l’animale dei cambiamenti della temperatura dell’acqua.

Ignazio Cerio (1841-1921)

Ignazio Cerio (1841-1921)

Ignazio Cerio (1841-1921) è stato un influente, ma eccentrico medico e filosofo amatoriale. Per quanto non originario di Capri amò profondamente quest’isola tanto da risiedervi stabilmente fin dal 1868 e rimanervi fino alla sua morte. 

Oltre a svolgere la sua valente opera di medico si interessò alla preistoria dell’isola ed alle incomparabili bellezze naturalistiche che la terra ed il mare di Capri offrivano.

Per più di cinquant’anni collezionò conchiglie, fossili, rocce, piante ed animali di quest’isola. Riunì abbondante materiale naturalistico e antropologico di svariate parti del mondo, buona parte del quale raccolto durante lunghi viaggi in Europa, America settentrionale, Medio Oriente, Africa nord-orientale, o attraverso scambi con insigni studiosi dell’epoca. Non limitò la sua attività al semplice collezionismo, ma promosse studi naturalistici sull’isola. A questo riguardo si può affermare che non ci fu studioso di storia naturale sia italiano che straniero che, trovandosi in quel periodo in visita a Capri, non abbia goduto della sua ospitalità, dei suoi consigli o della sua dotta guida alle bellezze naturali dell’isola.

Piano del Cretacico inferiore compreso tra i 116 e i 114 milioni di anni fa.

Cuore e vasi di Vulpes  vulpes Z1330

Cuore e vasi di Vulpes vulpes Z1330

Uno dei metodi di preparazione e conservazione dei reperti museali consiste nella realizzazione di campioni a secco. Questo metodo viene utilizzato per conservare piccoli organismi, quali ad esempio gli Insetti, ma anche per allestire un preparato anatomico, nel quale è possibile mantenere un aspetto esteriore molto fedele a quello naturale. Nell’ottocento venivano utilizzate varie sostanze per fissare a secco i preparati, con modalità che hanno consentito la realizzazione di campioni che quasi sempre hanno sfidato il passare degli anni.
Tra i reperti conservati a secco degni di nota sono campioni di cuore con i principali tronchi arteriosi e venosi, preparati iniettandovi cera colorata che conferisce al reperto una consistenza notevole.
Con simili metodiche anche i reperti scheletrici vengono preparati e conservati a secco, dopo aver effettuato numerosi ed accurati interventi di pulizia. Questi campioni scheletrici (ad esempio vertebre o cranio) rappresentano un materiale zoologico prezioso, ricco di informazioni sulla specie di provenienza; in alcuni casi da questi campioni può essere estratto il DNA, anche se frammentato ed in quantità ridotta, e da esso con indagini molecolari è possibile desumere le relazioni di parentela tra gli organismi, risalire al sesso, al tipo di alimentazione o alle patologie presenti in epoche passate.

Bibliografia:
CIPRIANI C., 2006. Appunti di museologia naturalistica. Firenze University Press, pp. 126.

Le barriere sono formazioni rocciose sottomarine tipiche di mari e oceani tropicali costituite e accresciute dalla sedimentazione degli scheletri calcarei di madrepore e altri organismi viventi o vissuti in ere geologiche passate. Ospitano le zooxantelle, alghe simbionti, che contribuiscono all’eliminazione dei rifiuti azotati, e sono determinanti per la deposizione del calcare perché grazie al processo fotosintetico utilizzano anidride carbonica per la sintesi di molecole organiche.
La barriera corallina è una struttura dinamica esistente grazie al delicato equilibrio tra la crescita esplosiva degli organismi costruttori e l’erosione dovuta a fattori meccanici delle onde ed all’azione di altri organismi.
Grazie alla presenza di madrepore e coralli, che offrono riparo e protezione a migliaia di specie, le barriere coralline rappresentano un ambiente singolare altamente ricco in biodiversità.

Francesco Bassani (Thiene 1853-Capri1816) Direttore del Museo di Geologia negli anni 1887 -1916.

Francesco Bassani (Thiene 1853-Capri1816) Direttore del Museo di Geologia negli anni 1887 -1916.

Eminente geologo e paleontologo, Bassani nacque a Thiene nel 1858 e morì a Capri nel 1916. Si laureò a Padova nel 1875. Negli anni 1882-1885 fu collaboratore di  Antonio Stoppani al Museo di Storia Naturale di Milano, interessandosi  allo studio delle principali ittiofaune cretaciche dell’Europa e dell’Asia Minore.

Il 13 aprile del 1887 divenne Direttore dell’Istituto di Geologia di Napoli dove si occupò essenzialmente di geologia stratigrafica, ma si distinse soprattutto per le sue ricerche di paleontologia lasciando pregevoli pubblicazioni sugli Ittioliti di varie località italiane, dal Triassico all’Olocene.
Durante i circa trent’anni in cui il Bassani rimase a dirigere l’Istituto di Geologia il suo maggior impegno fu profuso per procurare una sede più ampia e dignitosa. E finalmente dopo lunghi anni di attesa il suo desiderio venne realizzato con l’assegnazione di nuovi locali siti nel monumentale complesso di San Marcellino. Egli riuscì a fare, dell’antico gabinetto napoletano, un Istituto moderno procurandogli anche i mezzi di indagine necessari per chi volesse dedicarsi a nuove ricerche geologiche e paleontologiche dotando il laboratorio di tutti quegli strumenti e attrezzature necessarie alla preparazione di preparati da microscopia per il riconoscimento di rocce e fossili.
Dal punto di vista scientifico egli fu il primo ad accennare all’esistenza di uno pterosauro proveniente dagli strati del Triassico medio di Besano (Lombardia) in una monografia sui fossili degli “scisti bituminosi” di questa località.
Pubblicò una fondamentale opera sui pesci fossili di Chiavon, contenente oltre ad un’accurata descrizione dei generi anche bellissimi disegni dei fossili, eseguiti dalla moglie, Everdina Douwes Dekker, di origine olandese.

Teodoro Monticelli nacque a Brindisi nel 1759, studiò presso i padri Celestini di Lecce e poi nel Collegio Massimo della Congregazione Benedettina di Roma. Nel 1792 fu nominato professore di Etica nella Regia Università di Napoli. Nel 1794, a causa delle sue idee liberali, fu condannato a dieci anni di prigionia nell’isola di Favignana in Sicilia. Liberato nel 1800, grazie all’intercessione di Papa Pio VII, si ritirò a Roma dove fu nominato abate. Durante il Regno di Gioacchino Murat tornò a Napoli e nel 1808 gli fu conferita la carica di Segretario Perpetuo della Reale Accademia delle Scienze. In quegli anni cominciò a dedicarsi alle sue grandi passioni, la mineralogia e la vulcanologia. Fu un attento osservatore delle eruzioni del Vesuvio che descrisse in numerose pubblicazioni. In compagnia di illustri scienziati, principi e sovrani di diverse parti del mondo, si recava frequentemente sul vulcano e a tutti mostrava i prodotti del Vesuvio che considerava un meraviglioso laboratorio naturale. Durante i suoi studi raccolse numerosi campioni sì da realizzare nella sua casa di Napoli un museo ricco di circa 16.800 reperti. Di questi reperti ben 6600 campioni provenivano dall’apparato vulcanico del Somma Vesuvio. La sede del Museo Monticelli era il Palazzo Penna, costruito nel 1406, ancora oggi presente nell’antica piazzetta di S. Demetrio divenuta poi piazzetta Monticelli. Nel 1825 realizzò, in collaborazione con il chimico e mineralista Nicola Covelli, il Podromo della Mineralogia Vesuviana, un’opera fondamentale, che rappresenta la prima descrizione sistematica dei minerali vesuviani di cui vengono descritte la giacitura, i caratteri fisici e la composizione chimica. Teodoro Monticelli fu Rettore della Regia Università di Napoli nell’anno accademico 1826-27. Morì a Pozzuoli nel 1845.

I processi metamorfici consistono in marcate trasformazioni paragenetiche in regimi di elevate temperature. I processi metasomatici consistono in moderate trasformazioni paragenetiche e chimiche ad opera di fusi e/o fluidi idrotermali.
Proietto: roccia strappata dalle pareti delle camere magmatiche e/o dei condotti di emissione durante gli eventi parossistici.

Cristallo di spinello (30x27mm) nella calcite. Mogok, Mianhan ex Birmania. Grande Collezione, Real Museo Mineralogico, n. catalogo 13/99.

Cristallo di spinello (30x27mm) nella calcite. Mogok, Mianhan ex Birmania. Grande Collezione, Real Museo Mineralogico, n. catalogo 13/99.

La specie mineralogica è una fase cristallina caratterizzata da composizione chimica e struttura cristallina ben definibili. All’interno di ciascuna specie mineralogica si possono distinguere le varietà che presentano differenze di colore o di forma o presenza di elementi chimici particolari. L’ametista è una varietà del quarzo il cui colore violetto è dovuto a presenza nella struttura di Fe+3, la selenite è una varietà del gesso e si presenta in larghi cristalli appiattiti, la marmatite è una varietà di blenda ZnS che contiene modeste percentuali di ferro, il rubino balascio proveniente da Ceylon, è una varietà limpida e trasparente dello spinello rosso. Le specie mineralogiche sono più di 3300 ma quelle più diffuse sono un centinaio.

Mica (9x8 cm). Burgess, Ontario, Canada. n.catalogo 17714 E6245. Grande Collezione, Real Museo Mineralogico.

Mica (9x8 cm). Burgess, Ontario, Canada. n.catalogo 17714 E6245. Grande Collezione, Real Museo Mineralogico.

Le miche sono fillosilicati che cristallizzano nel sistema monoclino e sono caratterizzate da facile sfaldatura. I cristalli sono tabulari a contorno esagonale o pseudoesagonale di colore nero, bruno o verde scuro, grigio, bruno verde, giallo, rosato. In Italia si rinvengono in molte località tra cui il Vesuvio dove la biotite è un comune minerale di molti proietti vulcanici. Generalmente le miche sono divise in due serie: serie della muscovite i cui termini più importanti sono le miche chiare la muscovite K2Al4(Si6Al2O20)(OH)4 e la paragonite Na2Al4(Si6Al2O20)(OH)4 fra loro solubili. La muscovite e la paragonite sono minerali soprattutto metamorfici presenti in micascisti e gneiss, la muscovite è presente anche nei graniti. La serie della biotite il cui termine più importante è proprio la biotite K(Mg,Fe)3(Si3AlO10)(OH)2, largamente diffusa sia nelle rocce metamorfiche che magmatiche sia intrusive come i graniti in cui è l’unico minerale femico sia nelle effusive; la flogopite KMg3(Si3AlO10)(OH)2 è meno frequente ed è un prodotto di metamorfismo regionale e termico, nelle rocce eruttive è presente nelle rocce ultrabasiche come la kimberlite.

I cristalli presentano le forme di solidi geometrici, pertanto la loro descrizione può essere fatta in base a considerazioni di simmetria. Le operazioni di simmetria sui cristalli possono essere di vario tipo ad esempio rotazioni intorno ad assi, riflessioni rispetto a piani, inversioni rispetto a centri. Analogamente la disposizione tridimensionale ordinata e periodica delle particelle che costituiscono il reticolo cristallino è messa in evidenza con una (es. la traslazione) o più operazioni di simmetria. Il base al grado di simmetria i minerali possono essere raggruppati in sette sistemi cristallini: triclino, monoclino, rombico, tetragonale, esagonale, trigonale, cubico.

Con il termine mimetismo (che dal greco mimetizo significa imitazione) si indica il fenomeno per cui un animale assume forma, colori e comportamenti tali da risultare simile a parti dell’ambiente in cui vive o ad un altro animale.
Innumerevoli sono gli esempi di mimetismo che vengono offerti dalle diverse specie animali, da piccoli Invertebrati ai Mammiferi più evoluti.
Generalmente si distinguono tre tipologie di mimetismo, il criptico, il batesiano ed il mülleriano. Nel mimetismo criptico (dal greco cryptos: nascosto) l’animale si “nasconde” per sfuggire ai predatori assumendo un colore (omocromia) o una morfologia (omomorfia) che lo rendono difficilmente individuabile nell’ambiente circostante; il successo di questa strategia è assicurato anche da particolari comportamenti dell’animale tra i quali il restare immobile o muoversi molto lentamente. Un’importante soluzione mimetica è l’obliterazione dell’occhio, che essendo un organo per sua natura molto sensibile è particolarmente adatto a rivelare la presenza dell’animale. Tra i pesci un esempio di mimetismo criptico viene da molte specie pelagiche che possiedono colorazione azzurra sul lato dorsale ed argentea su quello ventrale in modo da apparire -se visti dall’alto- dello stesso colore dell’acqua di mare, mentre -se visti dal basso- hanno il colore della superficie dell’acqua.
Il mimetismo batesiano (da Henry Bates, il naturalista inglese che nel secolo scorso osservò e descrisse per primo i meccanismi di questa efficace tecnica di sopravvivenza negli insetti), si ha quando una specie innocua o appetibile è protetta dalla sua somiglianza con una specie nociva o non appetibile. Straordinario esempio viene da piccoli ditteri (Sirifidi) che grazie a un torace a bande gialle e nere vengono facilmente confusi con api e vespe.
Al contrario nel mimetismo mülleriano (da Fritz Mulller, zoologo tedesco che nella sua opera “Fur Darwin” discute anche di questo fenomeno) una caratteristica vantaggiosa viene “copiata” da altre specie. In particolare, due o più specie non appetibili o tossiche adottano una colorazione vivace che avverte i nemici della propria pericolosità. Uno dei più spettacolari esempi di questo tipo di mimetismo è quello osservato in alcune specie di farfalle (Heliconius melpomene e H. erato) che vivono in America centrale e meridionale. Entrambe non appetibili, vivono in simpatria su una vasta area geografica, sono molto simili tra loro, differenziandosi solo in base al numero di macchie rosse presenti sul lato ventrale delle ali posteriori (che è pari a tre in melpomene e a quattro in erato); esse tuttavia si distinguono per il differente e forte odore che emanano e sembra che il riconoscimento tra i membri della stessa specie si basi proprio su questi diversi segnali chimici.
La complessa strategia adattativa del mimetismo si è affermata nel corso dell’evoluzione in quanto essa implica una coevoluzione preda-predatore, tuttora non del tutto chiara e ancora oggetto di studio.

Bibliografia:
BRUM G., MCKANE M., KARP G., 1996. Biologia, Zanichelli Editore, Bologna, pp. 1106.
WARD P., 1979. Il mimetismo animale, De Agostini, Novara, 135 pp.

Le indagini molecolari consistono nello studio delle componenti molecolari fondamentali degli organismi viventi, in particolare del DNA e dei suoi derivati (RNA e proteine), mediante moderne metodiche che consentono di isolare, caratterizzare e manipolare gli acidi nucleici, molecole che forniscono importanti informazioni relative non solo al singolo organismo ma anche alla storia evolutiva delle specie. Il DNA e le proteine possono essere, infatti, paragonati a documenti storici e dalla somiglianza riscontrata tra queste molecole si possono desumere le relazioni di parentela tra gli organismi. In tal senso è molto importante anche lo studio del DNA antico (aDNA) cioè del materiale genetico residuo che si può estrarre dopo la morte da materiali biologici, quali ossa, denti, resti mummificati di animali o vegetali e fossili.
Il DNA può essere estratto da un campione biologico con l’ausilio di adeguate soluzioni e solventi organici (quali fenolo, cloroformio, etere) che consentano di separare tale molecola, carica negativamente per la presenza dei residui di fosfato, dalle altre componenti cellulari. Il DNA ottenuto può poi essere utilizzato in differenti analisi quali reazione a catena della polimerasi (PCR), elettroforesi su gel, clonaggio, sequenziamento, Southern, Northern e Western blot.
La PCR è una tecnica che prevede l’amplificazione di una sequenza di DNA fino ad ottenerne milioni di copie; essa consiste in una reazione enzimatica che amplifica in vitro una specifica regione del DNA, utilizzando piccole quantità di DNA come materiale di partenza. Essa prevede una serie di cicli composti da tre fasi: nella prima (denaturazione) ad alte temperature si ha la separazione della doppia elica di DNA; nella seconda (annealing) specifici inneschi si appaiano a precisi tratti del singolo filamento di DNA; nella terza (polimerizzazione) l’enzima
TAQ polimerasi, usando come stampo la sequenza, sintetizza un nuovo filamento di DNA.
L’elettroforesi su gel permette di separare frammenti di acido nucleico, in funzione del loro peso molecolare; tali frammenti, infatti, essendo carichi negativamente, quando vengono posti in un campo elettrico, tendono ad andare verso il polo positivo, e più sono grandi e pesanti, più lentamente migrano rispetto ai frammenti più piccoli. La visualizzazione dei frammenti avviene grazie a sostanze intercalanti (tra le quali il bromuro di etidio) che esposte ai raggi UV risultano fluorescenti. L’uso di un marcatore con frammenti di dimensione nota, permette di valutare, per confronto, le dimensioni dei frammenti esaminati.
Nel clonaggio molecolare una specifica sequenza di DNA viene inserita in un opportuno vettore allo scopo di ottenerne numerose copie attraverso l’amplificazione di cloni delle cellule in cui tale vettore è stato inserito.
La determinazione della sequenza con cui i vari nucleotidi si susseguono in una molecola di DNA può essere effettuata mediante analisi manuale o grazie all’ausilio di sequenziatori automatici di recente generazione.
Le analisi di Southern e Northern blot sfruttano la separazione dei frammenti di acido nucleico (DNA nel Southern ed RNA nel Northern) in gel elettroforesi ed il successivo trasferimento dal gel su una membrana. L’acido nucleico è poi ibridato con una sonda marcata che evidenzia il DNA o l’RNA di interesse. La tecnica del Southern infatti è utilizzata per rilevare la presenza di specifiche sequenze di DNA, mentre quella del Northern viene utilizzata per valutare i livelli di espressione dell’RNA messaggero di un gene.
Nel Western blot viene valutato il livello di espressione di una proteina. Similmente al Northern e al Southern, si effettua prima una elettroforesi denaturante per far separare le varie proteine in funzione della massa molecolare, annullando le cariche degli amminoacidi che influenzerebbero la migrazione.
Le proteine poi vengono visualizzate attraverso anticorpi sintetizzati per la proteina di interesse.

Bibliografia:
BONCINELLI E., SIMEONE A., 1991. Ingegneria genetica, Idelson, pp.371.
WATSON J., 2005. Biologia molecolare del gene, Zanichelli, pp. 720.

Phillipsite (max 5x2 mm) in una leucotefrite (10x5x8 cm). n.catalogo 21102. Collezione Vesuviana, Real Museo Mineralogico.

Phillipsite (max 5x2 mm) in una leucotefrite (10x5x8 cm) Vesuvio, numero di Catalogo 21102. Collezione Vesuviana, Real Museo Mineralogico.

Le zeoliti sono allumino-silicati idrati di elementi alcalini ed alcalino terrosi, caratterizzati da una impalcatura di tetraedri [SiO4]-4 [AlO4]-5. Tale impalcatura presenta ampie cavità interne comunicanti tra loro e con l’esterno mediante canali di dimensioni molecolari. Ciò conferisce a questi minerali la capacità di scambi cationici e una disidratazione graduale e reversibile senza distruzione del reticolo cristallino. Sono note da molto tempo come minerali ben cristallizzati in amigdale (cavità vescicolari) e fessure di rocce vulcaniche; più recentemente sono state individuate come minerali secondari in rocce piroclastiche. Per le loro particolari proprietà chimiche e fisiche vengono usate nell’industria chimica e petrolifera, nel trattamento dei reflui industriali e urbani, in agricoltura. Il termine zeolitite viene utilizzato per indicare rocce piroclastiche quali tufi e ignimbriti diagenizzate a prevalente contenuto in zeolite (>50%) sotto forma di cristalli submicroscopici uniformemente distribuiti nella roccia e subordinate altre fasi silicatiche e vetro vulcanico.

La wollastonite Ca[SiO3] si presenta generalmente in aggregati fibrosi e meno frequentemente in cristalli tabulari. Il colore del minerale è bianco o incolore ma può essere anche bruno, giallo, verdino. È un minerale tipico di metamorfismo di contatto di rocce calcareo-marnose; può trovarsi anche in rocce che hanno subito fenomeni di metamorfismo regionale di bassa pressione. In Italia la wollastonite è presente in alcune località alpine, al Vesuvio e nelle lave di Capo di Bove, Lazio.

Cristalli di tormalina nera (varietà sciorlo) (6x16 mm). Isola d’Elba, Toscana, Italia. Grande Collezione, Real Museo Mineralogico.n.catalogo 15369 E3908.

Cristalli di tormalina nera (varietà sciorlo) (6x16 mm). Isola d’Elba, Toscana, Italia. Grande Collezione, Real Museo Mineralogico.n.catalogo 15369 E3908.

La schorlite fa parte del gruppo delle tormaline minerali appartenenti alla classe dei silicati, sottoclasse dei ciclosilicati. Distinguiamo due serie principali la serie elbaite-schorlite e la serie schorlite-dravite. Le tormaline presentano colori molto variabili spesso policrome nelle quali il colore varia sia a zone concentriche che nel senso dell’allungamento del cristallo. L’ elbaite è rosa, la schorlite è nera, la dravite è bruna. In particolare l’elbaite presenta numerose varietà che sono utilizzate in gemmologia; la rubellite color fuxia nota come rubino della Siberia, la  verdelite color verde nota come smeraldo del Brasile, l’indicolite color blu nota come zaffiro del Brasile.

Cristallo policromo di tormalina (10x3x2 cm) (varietà rubellite) in pegmatite     ( 11x11x8 cm). Pala  S.Diego, California, USA. Grande Collezione,  Real Museo Mineralogico n.catalogo 22849.

Cristallo policromo di tormalina (10x3x2 cm) (varietà rubellite) in pegmatite ( 11x11x8 cm). Pala S.Diego, California, USA. Grande Collezione, Real Museo Mineralogico n.catalogo 22849.

La durezza di un minerale è la resistenza che una sua superficie liscia e piana offre alla scalfittura. Per determinare facilmente la durezza relativa di un minerale si usa la Scala della durezza di Mohs, proposta nel 1824 dal mineralista austriaco Friedrich Mohs (1773-1839). La scala è costituita da minerali, abbastanza comuni, ordinati da 1 a 10 per durezza relativa crescente: 1 Talco, 2 Gesso, 3 Calcite, 4 Fluorite, 5 Apatite, 6 Ortoclasio, 7 Quarzo, 8 Topazio, 9 Corindone, 10 Diamante. Ciascuno termine, detto campione di paragone, scalfisce il precedente ed è scalfito dal successivo. La durezza, indicata con H, è una proprietà fisica vettoriale anche se la sua variazione con la direzione non è, in genere, eccessiva.

Famoso mineralista francese è considerato il padre della Cristallografia. Introdusse il concetto di molecola integrante che metteva in relazione la forma esterna di un cristallo al perfetto ordine interno. Si può dire che Haüy anticipò di due secoli il concetto di cella elementare, con la differenza che per Haüy la molecola integrante era un’entità fisica e non geometrica.

Il “Prodromo della Mineralogia Vesuviana” scritto da Teodoro Monticelli e Nicola Covelli nel 1825, rappresenta la prima opera sistematica dei minerali vesuviani di cui furono descritte la giacitura, i caratteri fisici e la composizione chimica. Nell’importante opera i minerali vesuviani sono classificati secondo il sistema di J.J. Berzelius (1779-1848) e descritti anche in base alle caratteristiche cristallografiche. Fondamentale per questo aspetto fu il contributo di Nicola Covelli che si era dedicato alla ricerca cristallografica eseguita con il goniometro a riflessione.
Nel Prodromo furono descritte anche sei nuove specie: la cotunnia (cotunnite), l’humboldtilite, la davyna, la cristianite, la cavolinite e la biotina. Di queste sei nuove segnalazioni alcune furono discreditate. La cristianite e la biotina furono, infatti, identificate come anortite; l’humboldtilite come melilite e la cavolinite, considerata a lungo un sinonimo di nefelina è stata ascritta nel gruppo della davyna.

Bibliografia:
GHIARA M.R., PETTI C., 2008. Il Real Museo Mineralogico dell’Università Federico II di Napoli. Uno scrigno per le meraviglie della Natura. Rivista Mineralogica Italiana,32,1, 24-45.
GRAMACCIOLI C.M., 2005. Monticelli e Covelli. Il “Prodromo della Mineralogia Vesuviana”, un celebre libro pubblicato a Napoli nel 1825. Rivista Mineralogica Italiana,29,1, 28-40.

Dal punto di vista ottico, i minerali si possono suddividere in monorifrangenti (il raggio si propaga con la stessa velocità in tutte le direzioni) e birifrangenti in cui il raggio di luce si scinde in due raggi polarizzati linearmente e che vibrano in piani perpendicolari tra loro. Tali raggi si propagano con velocità diverse e quindi diversi indici di rifrazione; la differenza fra i valori degli indici è detta potenza birifrattiva.
Il fenomeno della birifrazione fu osservato per la prima volta da Erasmo Bartolino nel 1669 nei romboedri di Spato d’Islanda, varietà limpida della calcite. È una proprietà ottica molto importante per lo studio dei minerali al microscopio mineralogico.

Il polimorfismo è quel fenomeno per cui un elemento o un composto chimico può cristallizzare in strutture diverse in differenti condizioni chimico-fisiche. Ad esempio il carbonio presenta le fasi polirnorfe diamante (simmetria cubica, cristallizza a pressioni elevatissime) e grafite (simmetria esagonale, cristallizza a basse pressioni). Le fasi polimorfe sono molto importanti nell’ambito delle Scienze della Terra in quanto possono essere utilizzate come geotermometri e geobarometri.

Cristalli di osumilite con habitus prismatico esagonale submillimetrici, trasparenti ed incolori in un proietto dell’eruzione del Vesuvio del 1872. Collezione Vesuviana, Real Museo Mineralogico, n.catalogo 1526.

Cristalli di osumilite con habitus prismatico esagonale submillimetrici, trasparenti ed incolori in un proietto dell’eruzione del Vesuvio del 1872, n.catalogo 1526. Collezione Vesuviana, Real Museo Mineralogico.

L’osumilite, (K,Na)(Fe,Mg)2(Al,Fe)3(Si, Al)12O30, è un minerale raro, con colorazione blu, rosa, grigia fino a nera, appartenente al gruppo della milarite (o gruppo della osumilite) comprendente una serie di ciclosilicati molto rari di cui solo la surgilite, milarite e osumilite sono ben conosciuti. Questi ciclosilicati sono caratterizzati da una struttura di doppi anelli [Si12O30].

Particolare al microscopio elettronico a scansione.

Particolare al microscopio elettronico a scansione.

Nucleo prismatico in ossidiana, Collezione Cerio, Grotta delle Felci, Capri, MA 182

Nucleo prismatico in ossidiana, Collezione Cerio, Grotta delle Felci, Capri, MA 182

L’ossidiana è una roccia vulcanica effusiva vetrosa. Si genera a seguito del repentino raffreddamento di magmi effusivi fluidi e poveri di gas, i quali si vetrificano esposti a basse temperature o entrando a contatto con l’acqua. L’ossidiana si presenta sotto forma di noduli compatti o di massicce colate stratificatesi tra altri tipi di roccia vulcanica. Generalmente di colore nero a causa della presenza di ferro, che se molto ossidato, farà assumere all’ossidiana un colore bruno rossastro. La roccia presenta generalmente lucentezza vitrea, è molto compatta con frattura concoide. In Italia è famosa l’ossidiana del Monte Arci, Sardegna, utilizzata per la costruzione di manufatti sin dalla preistoria.
Anche per le ossidiane esistono diverse varietà, utilizzate in gemmologia, che rendono questa roccia particolarmente affascinante e, in taluni casi costosa. Ricordiamo l’ossidiana, quando presenta chiazze bianche di forma circolare, altre mostrano iridescenza dovuta alla presenza di minute bollicine allungate secondo la direzione del flusso della lava e parallele tra loro. L’ossidiana Rainbow (arcobaleno) si forma quando la concentrazione delle bolle nelle diverse bande può risultare in diversi colori che rendono questo materiale particolarmente pregiato e adatto ad usi gemmologici e ornamentali.

Bibliografia:
CAMPOS VENUTI M., 2006. Vetri naturali. Rivista Gemmologica Italiana,1,1,25-37.

Nicola Covelli nacque a Caiazzo (Caserta) nel 1790 e studiò medicina a Napoli. Attratto dalla bellezza della natura si dedicò allo studio della chimica, della mineralogia e della botanica. Fu inviato dal governo borbonico a Parigi per perfezionarsi nelle scienze naturali. Al suo ritorno a Napoli, nel 1815, gli fu assegnata la cattedra di Chimica e di Botanica nella Regia Scuola Veterinaria. Si dedicò allo studio dei minerali delle fumarole del complesso vulcanico del Somma-Vesuvio. A lui si deve il primo ritrovamento di un solfuro di rame cui fu dato il suo nome, la Covellina (1826), e della Beudantina (1826) successivamente identificata come caliofillite (1886). Va sottolineato che lo studio di quest’ultimo minerale rappresenta il primo esempio in Italia, di una ricerca cristallografica eseguita con il goniometro a riflessione. Grazie alle sue competenze mineralogiche collaborò con Teodoro Monticelli alla stesura del Prodomo della Mineralogia Vesuviana e, nel 1825, al Catalogo del Museo Mineralogico Monticelliano. Nicola Covelli morì a Napoli nel 1829.

I minerali isostrutturali contenenti elementi chimici vicarianti, ovvero elementi capaci di sostitursi gli uni con altri nello stesso sito cristallografico, formano miscele isomorfe. Questo tipo di disordine chimico detto isomorfismo è comunissimo sia nei minerali naturali che nei cristalli sintetici. È possibile sia la sostituzione di uno o più ioni sia la sostituzione di coppie di ioni in una stessa struttura. La presenza di miscele isomorfe o cristalli misti è diffusissima nei silicati: ricordiamo le olivine (Mg,Fe)2 [SiO4] miscele isomorfe in tutte le proporzioni di fosterite Mg2[SiO4] e fayalite Fe2[SiO4], i plagioclasi (Na,Ca)[Al(Al,Si)Si2O8] ovvero miscele isomorfe in tutte le proporzioni di albite Na[AlSi3O8] e anortite Ca[Al2Si2O8].

Michele Tenore nacque a Napoli nel 1780, laureatesi giovanissimo in medicina, si dedicò allo studio della botanica, diventando in breve tempo un esperto botanico conosciuto e stimato nel mondo scientifico nazionale. Nel 1805 realizzò, insieme a Vincenzo Petagna, nel chiostro di Monteoliveto, il primo Orto botanico napoletano dedicato all’istruzione universitaria. Nel 1807 Giuseppe Bonaparte istituì il Real Orto Botanico la cui direzione, nel 1810, fu affidata a Tenore. Nel 1811 ricoprì la cattedra di botanica presso la Regia Università di Napoli. È autore dell’importante opera sulla flora dell’Italia meridionale, considerata ancora oggi un punto di riferimento per coloro che si occupano di questa disciplina. Morì a Napoli nel 1861

La marcasite (FeS2), cristallizza nel sistema rombico e si presenta raramente in cristalli con abito tabulare o in cristalli bipiramidali e prismatici di colore giallo-bronzo o bianco-stagno; più frequente si presenta in forma massiva e granulare. È un minerale tipico di filoni idrotermali ed è molto frequente nelle rocce sedimentarie dove forma noduli e masse fibroraggiate. Minerale accessorio di rocce metamorfiche e delle pegmatiti. La marcasite e la pirite sono fasi polimorfe dell’FeS2. La pirite cristallizza nel sistema cubico ed è il solfuro più diffuso nella litosfera.

L’Ignimbrite Campana è il prodotto della maggiore eruzione esplosiva avvenuta nell’area campana. Durante tale eruzione, risalente a circa 39.000 anni fa, furono emessi flussi piroclastici di cenere, pomici e scorie di composizione da trachitica a trachifonolitica che hanno ricoperto un’area di 7.000 km2. Secondo Di Girolamo (1970) e Barberi (1978) la zona di emissione del flusso è individuata in una frattura arcuata presente lungo la parte Nord dei Campi Flegrei e del Golfo di Napoli e ritengono che l’eruzione abbia provocato lo sprofondamento di un’ampia area che comprende i Campi Flegrei e parte del Golfo di Napoli. Secondo Rosi e Sbrana (1987), la frattura avrebbe una geometria anulare intorno ai soli Campi Flegrei e, dopo questa eruzione, si sarebbe formata la caldera flegrea. Lirer et al. (1987) e Scandone et al. (1991) collocano i centri eruttivi dell’Ignimbrite Campana lungo una frattura con direzione NE-SO passante per Napoli e delimitante a Nord la piana di Acerra, e ritengono che lo sprofondamento calderico sia avvenuto dopo l’eruzione del Tufo Giallo Napoletano.

Guglielmo Thomson (1861 - 1806) medico britannico soggiornò a Napoli per un lungo periodo, per studiare il Vesuvio e i suoi prodotti; successivamente si spostò in Sicilia, dove morì nel 1806. Raccolse un gran numero di minerali e rocce vulcaniche che oggi sono esposti in parte al Royal Scottish Museum e in parte al British Museum of Natural History. In quest’ultimo è conservato anche il campione di sarcolite del Monte Somma, descritto per la prima volta da Thomson.

Cristalli rombododecaedrici di granato (max 8mm) in un proietto pirossenitico (8x6x10 cm) con mica e calcite del Monte Somma.  Collezione Vesuviana, Real Museo Mineralogico, n.catalogo 9835 D286.

Cristalli rombododecaedrici di granato (max 8mm) in un proietto pirossenitico (8x6x10 cm) con mica e calcite del Monte Somma. Collezione Vesuviana, Real Museo Mineralogico, n.catalogo 9835 D286.

I granati sono miscele isomorfe i cui termini principali sono piropo Mg3Al2[SiO4]3 almandino Fe3Al2[SiO4]3, spessartina Mn3Al2[SiO4]3, grossularia Ca3Al2[SiO4]3, andradite Ca3Fe2[SiO4]3, uvarovite Ca3Cr2[SiO4]3 che molto raramente si rinvengono puri. Il colore è variabile: rosso, giallo, nero, verde. Sono nesosilicati con formula chimica generale X3Y2(SiO4)3 dove il sito X è di solito occupato da un catione bivalente (Ca2+, Mg2+, Fe2+) e il sito Y da cationi trivalenti (Al3+, Fe3+, Cr3+). L’abito cristallino è prevalentemente rombododecaedrico. Presentano genesi magmatica e metamorfica e si rinvengono anche in rocce sedimentarie come minerali residuali. I cristalli trasparenti e limpidi sono usati in oreficeria.

Proietto inglobato in una lava del 1872 (7x4x8 cm) con cristalli aciculari di sellaite (max 4  mm) in associazione con cristalli di gesso e apatite. Collezione Vesuviana, Real Museo Mineralogico,  n.catalogo 18507 E7038

Proietto inglobato in una lava del 1872 (7x4x8 cm) con cristalli aciculari di sellaite (max 4 mm) in associazione con cristalli di gesso e apatite. Collezione Vesuviana, Real Museo Mineralogico, n.catalogo 18507 E7038

Giovanni Strüver nel 1885 fece un secondo ritrovamento di sarcolite ad Anguillara Sabazia (complesso vulcanico sabatino, in provincia di Roma) in un proietto metamorfosato calcareo-dolomitico. La composizione chimica è simile a quella della sarcolite del Monte Somma tranne che per la presenza di SO4 nel reticolo della sarcolite di Anguillara e di CO3 in quello della sarcolite del Monte Somma.
Giovanni Strüver noto mineralista (1842-1915), fu anche direttore del Museo Mineralogico dell’Università “La Sapienza” di Roma. Scoprì oltre alla sarcolite, la sellaite e la gastaldite. Ferruccio Zambonini, suo insigne allievo, gli dedicò la struverite.

Le fumarole sono piccole ma profonde fessure nel suolo da cui i gas vulcanici fuoriescono. Le temperature delle emissioni fumaroliche variano da circa 100°C fino a 900°C; a contatto con l’aria, per la diminuzione di temperatura, i gas condensano dando luogo a caratteristici fumi da cui deriva il nome del fenomeno. Le fumarole possono restare attive anche per decenni se si trovano sopra una fonte di calore o scomparire entro poche settimane o mesi se si trovano sopra un deposito vulcanico che si raffredda rapidamente.
La composizione chimica dei gas vulcanici è molto varia. Sono presenti generalmente CO2, CO, SO2, H2S, HCL, HF sia come costituenti maggiori che minori. Vi sono poi, sotto forma di elementi in tracce, metalli pesanti e altri elementi estremamente tossici quali Pb, Cd, Pd, Hg, Tl, As ecc, nonché composti organici.

Cristallo di forsterite, varietà crisotilo (32x27 mm) nella lava del Vesuvio dell’eruzione del 1867 (10x6x11 cm). Collezione Vesuviana, Real Museo Mineralogico, n.catalogo 1523

Cristallo di forsterite, varietà crisotilo (32x27 mm) nella lava del Vesuvio dell’eruzione del 1867 (10x6x11 cm). Collezione Vesuviana, Real Museo Mineralogico, n.catalogo 1523

La forsterite, rappresenta il termine magnesifero del gruppo dell’olivina i cui termini estremi sono fayalite Fe2[SiO4] e forsterite Mg2[SiO4]. La forsterite è un silicato, sottoclasse nesosilicati e cristallizza nel sistema cristallino rombico. Il colore varia dal giallo, al verde, al bianco e incolore. Si trova nelle rocce ignee mafiche ed ultramafiche e nelle dolomie metamorfosate. Fu scoperta per la prima volta nel 1824 da Levy al Somma-Vesuvio e fu dedicata al tedesco A. J. Forster che aveva fondato il “Cabinet Heuland” una collezione di minerali privata molto importante. La varietà trasparente e limpida della forsterite, usata come gemma, è detta crisolito e presenta un bel colore giallo-oro.

Il Fosso del Cancherone detto anticamente del Cancarone, è una frattura radiale del Vesuvio che separa il territorio di S. Anastasia da quello di Somma Vesuviana. Teodoro Monticelli recatosi nel 1844 in escursione sul Monte Somma, giunto in prossimità del suddetto fosso vide sul fondo delle sostanze luccicanti che, una volta raccolte non senza difficoltà, si rivelarono essere ematite. Essa si presentava in lamine di diversa forma, in ottaedri e in “forma ceratoide” ossia di corno. Raccolto il minerale in una certa quantità, Monticelli lo consegnò a Gabriele de Simone, ufficiale della Reale Marina, che lo fece fondere ottenendone due belle verghe che furono stimate di maggior bontà del miglior ferro di Svezia da alcuni artigiani del ferro e dell’acciaio. Del ferro del Cancarone però non si parlò più, data l’incertezza dell’abbondanza del minerale e  l’estrema difficoltà di raggiungere il sito.

Ferruccio Zambonini nacque a Roma nel 1890 ove si laureò in Scienze Naturali. Giunse a Napoli nel 1906 in quanto gli fu affidato l’incarico di coadiutore al Real Museo Mineralogico dell’Università di Napoli. Nel 1909, avendo vinto la cattedra di Mineralogia, si trasferì presso l’Università di Sassari. Nel 1926 ritornò a Napoli per ricoprire la cattedra di Chimica Generale della Regia Università di Napoli di cui fu Rettore dal 1923 al 1925 e dal 1930 al 1932.
Zambonini è universalmente considerato uno dei più grandi studiosi di mineralogia vesuviana ma si dedicò con passione anche allo studio cristallografico e chimico di minerali di altre località, sia italiane che straniere. Meritano di essere ricordati i suoi studi sulle zeoliti, minerali importanti per le loro applicazioni industriali e per la salvaguardia dell’ambiente. A lui si deve l’importante legge della cristallochimica nota come “regola di Zambonini”, secondo la quale la formazione dei cristalli misti è condizionata dal raggio degli ioni vicarianti, più che dalle loro proprietà chimiche.
Zambonini ebbe l’incarico di realizzare un’opera onnicomprensiva sulla mineralogia vesuviana per realizzare la quale raccolse tutti i dati esistenti, molti dei quali custoditi presso il Real Museo Mineralogico, controllandone personalmente la correttezza scientifica e integrandoli con dati inediti, ottenuti con i suoi studi. All’imponente trattato contribuirono diversi studiosi italiani e stranieri tra cui alcuni rappresentanti del British Museum of Natural Science e del Museo Mineralogico di Baviera. Pubblicata nel 1910, La Mineralogia Vesuviana è tuttora consultata ed apprezzata da coloro che si avvicinano al complesso mondo dei minerali vesuviani.

I feldspatoidi sono allumosilicati di sodio, potassio e calcio molto meno diffusi dei feldspati rispetto ai quali presentano un minor contenuto in silice, ciò in relazione al chimismo dei magmi dai quali cristallizzano. A volte localmente acquistano grande importanza. I termini più importanti del gruppo sono la leucite K[AlSi2O6], tetragonale e la nefelina, (Na,K)[AlSiO4], esagonale, meno diffusi sono i minerali del gruppo della sodalite e della cancrinite.

Eugenio Scacchi (1854-1929) figlio del grande mineralista Arcangelo conseguì la libera docenza in Mineralogia nel 1885 e fu nominato professore straordinario di Mineralogia alla Reale Università di Genova nel 1890. In seguito al ritiro dall’insegnamento del padre Arcangelo, nel 1891 ottenne il trasferimento a Napoli. Eugenio Scacchi diresse il Real Museo con ammirevole impegno in un momento in cui divenne molto difficile reperire i finanziamenti necessari per la conduzione del Museo e per lo svolgimento delle ricerche mineralogiche. Di ciò vi sono chiare testimonianze nella documentazione del Museo, nota come “Copialettere” che Eugenio Scacchi, seguendo una prassi istituita dal padre, continuò a compilare con meticolosità e con dovizia d’informazioni.
Eugenio Scacchi, malgrado le difficoltà, non tralasciò la ricerca ed effettuò studi cristallografici ed ottici su composti ottenuti artificialmente e sui minerali vesuviani. Da ricordare la sua segnalazione sul primo rinvenimento in natura della termonatrite, del natron e della litidionite; gli studi sulla humite e sull’hauerite di Detricella (Sicilia), minerale segnalato per la prima volta in Italia.

L’eruzione del 1872 fu una delle più grandi eruzioni del Vesuvio tra quelle del XIX secolo ed è stata descritta in dettaglio da Luigi Palmieri (1807-1896), direttore dell’Osservatorio Vesuviano, che seguì da vicino l’eruzione fino al suo termine. Fu un’eruzione laterale con fessurazioni che si generarono lungo la direttrice Nord e la direttrice N-W del vulcano e rappresentò la fase parossistica di chiusura di un periodo di attività durato due anni.
L’eruzione ebbe inizio il ventisei aprile del 1872 con l’apertura di una frattura lungo la direttrice di N-W del Gran Cono e, un torrente di lava fluidissima, defluì verso il basso. La lava, attraversò l’Atrio del Cavallo e si riversò in cascata nel Fosso della Vetrana. Nel momento in cui la lava invadeva l’Atrio del Cavallo, si ebbe una componente esplosiva e, numerose persone che si erano recate sul vulcano per assistere all’affascinante spettacolo, furono investite dal torrente di lava, altre furono ferite dai proietti. La lava si divise in due rami, uno raggiunse i centri abitati di San Sebastiano e Massa di Somma, scorrendo sopra le lave del 1855; l’altro ramo scivolò verso la località Novelle (zona alta di Ercolano). I danni furono notevoli: Massa di Somma fu coperta per un buon terzo dalla lava, un po’ meno colpita fu San Sebastiano il cui abitato fu distrutto per un quarto. L’eruzione terminò con una forte attività esplosiva dal cratere centrale. Non ci fu un’apprezzabile collasso della parte terminale, per cui la cima del vulcano restò praticamente uguale a quella prima dell’eruzione: si formò un cratere di 250 m di diametro e altrettanti di profondità, con una capacità calcolata di 25 milioni di m3.

Bibliografia:
NAZZARO A., 1997. Il Vesuvio (storia eruttiva e teorie vulcaniche). Liguori Editore, Napoli, 374 pp.
PALMIERI L., 1873. Incendio Vesuviano del dì 26 Aprile del 1872. Reale Accademia delle Scienze, Napoli, 5,7.
PESCE A., ROLANDI G., 1994. Vesuvio 1944 l’ultima eruzione. San Sebastiano al Vesuvio.

L’eruzione del 1760 iniziò il 23 dicembre e proseguì fino al 5 gennaio del 1761. Fu un’eruzione in parte effusiva ed in parte esplosiva e interessò l’area meridionale del vulcano. Si formarono diverse bocche effusive alla quota di circa 150 metri s.l.m e la lava si divise in due grossi rami: uno si diresse verso il mare e un altro verso Boscotrecase, comune situato alle pendici del vulcano, mentre i prodotti piroclastici arrivarono fino alla penisola sorrentina. L’eruzione terminò con l’emissione di moltissimo fumo dal cratere superiore e con il crollo parziale del conetto intracraterico.

Bibliografia:
NAZZARO A., 1997. Il Vesuvio. Storia eruttiva e teorie vulcanologiche. Liguori Editore, Napoli, 374 pp.

Un minerale delimitato da superfici geometriche regolari è definito cristallo euedrale; se un minerale è delimitato solo parzialmente da superfici geometriche regolari è definito cristallo subedrale; se un minerale è informe è definito cristallo anedrale.

Corindone ( 3x6 cm). Indie Orientali, n.catalogo 16801 E5340, Grande Collezione, Real Museo Mineralogico.

Corindone ( 3x6 cm). Indie Orientali, n.catalogo 16801 E5340, Grande Collezione, Real Museo Mineralogico.

Il corindone è l’unica fase cristallina rinvenuta in natura del composto Al2O3. Il corindone è un minerale tipico di rocce metamorfiche ricche in alluminio. Può presentarsi in cristalli, talora molto grandi, l’abito è spesso tabulare e prismatico e può presentare il cosiddetto abito a “barilotto”. Occupa il nono posto nella scala della durezza di Mohs. Particolarmente importanti sono le sue varietà, il raro leucozaffiro puro ed incolore, le varietà colorate quali il rubino il cui colore rosso è dovuto a tenori moderati di Cr, lo zaffiro il cui colore blu è dovuto alla presenza di Fe e Ti. Altre varietà colorate sono dovute sia ad impurezze di ioni cromofori sia a centri di colore collegati ai difetti reticolari: l’ametista orientale è violetta, il topazio orientale è giallo, lo smeraldo orientale è verde. I siti da dove vengono estratte le varietà principali del corindone sono: Birmania, Siam, Sri Lanka, Vietnam, Tanzania da cui si estraggono i rubini; per quanto riguarda gli zaffiri le nazioni più ricche, in ordine di importanza sono Australia, Sri Lanka, Myanmar, Thailandia, Cambogia, Vietnam, Madagascar, India. Infine, ricordiamo la particolare varietà costituita da corindone microgranulare impuro per magnetite, ematite e ilmenite detto smeriglio. Importanti depositi si trovano negli USA, in Grecia,in Turchia vicino Smirne località da cui deriva il nome. Gli usi del corindone sono molteplici, come abrasivo, per la produzione di ceramiche e prodotti ininfiammabili.

Zaffiro (4x2 cm). Sri Lanka, n. catalogo 10/99. Grande Collezione, Real Museo Mineralogico.

Zaffiro (4x2 cm). Sri Lanka, n. catalogo 10/99. Grande Collezione, Real Museo Mineralogico.

Nei minerali il legame ionico praticamente puro o misto ha una particolare importanza. Nel legame ionico individuiamo lo ione coordinante (catione) circondato da ioni coordinati (anione). Unendo idealmente i baricentri degli anioni si delimita un poliedro di coordinazione e il numero degli anioni ai vertici del poliedro è detto numero di coordinazione. Se il poliedro è un tetraedro il numero di coordinazione sarà 4, se il poliedro è un ottaedro il numero di coordinazione sarà 6, se il poliedro è un cubo il numero di coordinazione sarà 8. Altri poliedri di coordinazione sono l’antiprisma n.c. 8, cubo-ottaedrica n.c. 12, esagonale prismatica n.c. 12

Il complesso vulcanico Somma-Vesuvio è sicuramente uno dei più conosciuti e studiati vulcani al mondo, sia per la violenza delle sue eruzioni che per gli interessanti prodotti vulcanici ad esse associati. Il Somma-Vesuvio è un centro eruttivo di età Quaternaria appartenente alla Provincia Comagmatica Romana (RCP), localizzato su una piattaforma carbonatica Meso-Cenozoica spessa diversi km. Strutturalmente il Vesuvio è uno strato-vulcano a recinto costituito dalla sovrapposizione di materiali e colate laviche. La parte più antica è rappresentata dallo strato-vulcano del Somma mentre la più recente è il Gran Cono del Vesuvio. Il Monte Somma rappresenta ciò che resta di un antico cono vulcanico alto oltre 2000 metri formatosi attraverso un’attività a bassa energia di tipo effusivo e debolmente esplosivo. La violenta eruzione del 79 d.C. che distrusse Pompei ed Ercolano, causò lo smantellamento di un fianco del vulcano. Un ulteriore smantellamento del settore nord orientale dell’edificio vulcanico si ebbe a seguito dell’eruzione del 472 d.C. In epoca medievale è andato formandosi, all’interno della caldera del Somma, il Gran Cono vesuviano. Il Monte Somma raggiunge attualmente la quota di 1.130 metri mentre il cono del Vesuvio è leggermente più alto (1.282 m. s.l.m.). Un avvallamento semicircolare, chiamato Valle del Gigante, che rappresenta parte dell’antica caldera, divide il Vesuvio dal Somma.
L’attività vulcanica dell’area vesuviana sembra risalga a 400.000 anni fa, età misurata con il metodo dell’Argon/Argon (Ar40/Ar39) su alcune lave trovate in perforazioni giunte a più di 1.000 metri di profondità. Questa antica attività è rimasta sepolta sotto una potente coltre di prodotti, derivanti da una attività di circa 39.000 anni fa di enormi proporzioni, nota con il nome di Ignimbrite Campana. I prodotti più antichi attribuibili all’attività vulcanica del complesso Somma-Vesuvio, sono le cosiddette “Pomici di Codola”, risalenti a circa 25.000 anni fa. Dopo questa prima consistente eruzione esplosiva e prima dell’eruzione pliniana del 79 d.C., ci fu un periodo caratterizzato da almeno 5 grandi eruzioni pliniane (cioè da eruzioni molto esplosive contraddistinte dalla formazione di una enorme colonna eruttiva), precedute da periodi di riposo che duravano anche migliaia di anni. L’attività vulcanica, nei secoli a venire, continuò all’interno dell’area calderizzata con modeste eruzioni effusive ed esplosive di bassa energia. Nel 472 d.C. ebbe luogo la settima eruzione pliniana che sconvolse nuovamente l’area vesuviana. In età medievale, fino al 1139, si susseguirono eruzioni effusive e esplosive di bassa energia che portarono alla formazione del Gran cono vesuviano. Seguì un lungo periodo di riposo fino al 15 dicembre del 1631 quando si verificò l’ultima grande eruzione esplosiva della storia del Somma-Vesuvio e, il Gran Cono, fu parzialmente distrutto. Successivamente a questa eruzione e, fino al 1944, l’attività vulcanica è continuata in maniera alterna con periodi di inattività seguiti regolarmente da eruzioni sia di tipo effusivo che esplosivo a bassa energia, i cui prodotti con il loro accumulo hanno ricostruito il Gran cono vesuviano.

Il colore di un oggetto è causato dall’assorbimento selettivo delle radiazioni che compongono la luce. Tra le radiazioni luminose l’occhio umano è in grado di percepire soltanto le lunghezze d’onda comprese nell’intervallo 3800 - 7600 Angstrom (Å). Questo intervallo, detto del visibile, è costituito da 7 principali radiazioni, ognuna delle quali corrisponde ad un colore: violetto - indaco - azzurro -verde - giallo - arancio - rosso. Queste radiazioni riunite insieme danno origine alla luce bianca. Se un raggio di luce bianca colpisce un minerale e una parte delle radiazioni vengono assorbite, il minerale risulterà di un colore che sarà dato dalla somma delle radiazioni non assorbite. Così se tutte le radiazioni attraversano il minerale, questo apparirà incolore; se tutte le radiazioni vengono assorbite allo stesso modo il cristallo apparirà bianco. Lo spettro di assorbimento di ogni minerale è determinato dal tipo di legami chimici presenti nel reticolo cristallino. I minerali, in base al colore, si dividono in idiocroinatici e allocromatici. Si dicono idiocromatici quei minerali la cui polvere presenta lo stesso colore del cristallo; nel reticolo cristallino sono presenti ioni cromofori che sono parte essenziale della composizione chimica del minerale stesso. Si dicono allocromatici quei minerali la cui polvere è sempre bianca; nel reticolo cristallino gli ioni cromofori sono presenti come impurezze o nel reticolo cristallino sono presenti centri di colore.
I centri di colore o centri F (dal tedesco farbe colore) sono collegati ai difetti di Scottky ovvero lacune createsi nel reticolo cristallino in seguito al salto di un atomo o di una coppia di ioni dal proprio sito sulla superficie del cristallo. Se in tali lacune viene intrappolato un elettrone si crea un centro di colore in quanto gli elettroni assorbono selettivamente la luce determinando il colore del cristallo.

Catalogo descrittivo dei minerali vesuviani immessi nel Museo Mineralogico della Regia Università degli Studi dal 23 ottobre 1844 all’agosto del 1871. Si tratta di un catalogo autografo di Arcangelo Scacchi, l’unico pervenuto sino a noi, composto da 81 fogli in cui il direttore annotava con minuzia di particolari le caratteristiche del reperto, le eventuali associazioni, le dimensioni e il valore monetario espresso in ducati e, dal 1861 al 1871, in lire.

Cristallo scalenoedrico di calcite (3x5x5 cm) su cristalli di fluorite. Castleton, Derbyshire, Gran Bretagna. Grande Collezione, Real Museo Mineralogico, n. catalogo A1647.

Cristallo scalenoedrico di calcite (3x5x5 cm) su cristalli di fluorite. Castleton, Derbyshire, Gran Bretagna. Grande Collezione, Real Museo Mineralogico, n. catalogo A1647.

La calcite (CaCO3) è un minerale molto comune presente in numerose rocce dalle sedimentarie (costituente essenziale dei calcari) alle rocce metamorfiche (marmi e calcescisti) ad alcune rocce magmatiche come carbonatiti e foiatiti. Il suo nome deriva dal latino calx = calce, cristallizza nel sistema trigonale, presenta una perfetta sfaldatura romboedrica e in natura si rinviene in differenti forme cristalline. Comuni sono i cristalli romboedrici, scalenoedrici ed esagonali prismatici. In alcuni casi, la calcite, si può presentare in masse spatiche concrezionate, anche di notevoli dimensioni, globulari, fibrose, lamellari, stalattitiche. Quest’ultime si formano dallo stillicidio di acque ricche di bicarbonato di calcio che percolano in cavità o grotte e che, per la perdita di anidride carbonica, depositano il carbonato di calcio e danno luogo alla formazione di suggestive concrezioni. Il minerale puro è incolore e limpido, ma per lo più è biancastro o debolmente colorato per impurezze. Va ricordata la varietà limpida spato di Islanda rinvenuta per la prima volta nelle cavità di un basalto presso Eskefiord in Islanda e la varietà alabastro orientale o marmo - onice usato come materiale ornamentale che si rinviene in cave carsiche vicino Firenze. La varietà spato di Islanda per la particolare trasparenza e la potenza birifrattiva fu utilizzata per produrre, agli inizi dell’800, polarizzatori (prisma di Nicol) ampiamente utilizzati negli strumenti ottici. Industrialmente, la calcite è utilizzata per la produzione della calce e come componente di cementi. Il carbonato di calcio in condizioni di basse temperature ed alte pressioni, o per la presenza, nell’ambiente in cui cristallizza, di ioni a largo raggio come Sr e Ba, assume una simmetria cristallina rombica e prende il nome di aragonite. Il suo nome deriva dalla località Aragon (Spagna) dove nel 1797 fu scoperta per la prima volta da A.G. Werner. L’aragonite è il costituente principale di conchiglie e perle di molti organismi marini. In Italia si rinvengono depositi ad aragonite in Sicilia e in Val di Fassa, Trentino. Calcite e aragonite sono fasi polimorfe del carbonato di calcio. Il polimorfismo è quel fenomeno per cui un elemento o un composto chimico può cristallizzare in strutture diverse al variare delle condizioni chimico-fisiche del sistema.

Cristalli prismatici a base esagonale di calcite (7x6x7 cm). Andeasberg, Harz, Germania. Grande Collezione, Real Museo Mineralogico, n.catalogo 13547 E2086.

Cristalli prismatici a base esagonale di calcite (7x6x7 cm). Andeasberg, Harz, Germania. Grande Collezione, Real Museo Mineralogico, n.catalogo 13547 E2086.

Cristalli prismatici a base esagonale di aragonite (20x5x16 cm) in associazione con cristalli di zolfo. Andeasberg, Harz, Germania. Grande Collezione, Real Museo Mineralogico, n.catalogo 7815 C2439

Cristalli prismatici a base esagonale di aragonite (65x66 mm) in associazione con cristalli di zolfo. Cianciana, Sicilia, Italia. Grande Collezione, Real Museo Mineralogico, n.catalogo 7815 C2439. Dimensione reperto 65x66 cm.

Cristallo di berillo, varietà smeraldo (4 cm), su calcite (10x9x7 cm) Muzo, Columbia.Grande Collezione, Real Museo Mineralogico, n.catalogo 8168 C2799

Cristallo di berillo, varietà smeraldo (4 cm), su calcite (10x9x7 cm) Muzo, Columbia.Grande Collezione, Real Museo Mineralogico, n.catalogo 8168 C2799

Il berillo (Al2Be3[Si6O18]) cristallizza nel sistema esagonale e i cristalli hanno quasi sempre habitus prismatico. Il berillo presenta numerose varietà quali lo smeraldo, l’acquamarina, l’eliodoro, la morganite utilizzate come pietre preziose.
Il berillo occupa un posto di primissimo piano nella storia dell’uomo sia per l’impiego gemmologico sia per l’estrazione del berillio, elemento chimico fondamentale nell’industria moderna. È, infatti, impiegato in leghe leggere e resistenti e trova moltissime applicazioni nell’industria aereospaziale.

L’augite (Ca,Mg,Fe)2[Si2O6] è un inosilicato ed appartiene al gruppo dei pirosseni monoclini. Si presenta in cristalli prismatici tozzi, di colore nero, bruno o verde o in aggregati aciculari e granulari. L’augite è un componente di molte rocce magmatiche quali basalti, andesiti e gabbri e di alcune rocce metamorfiche.

Per esaminare dal punto di vista fisico un cristallo che ha la forma di un solido geometrico occorre riferire le sue facce, spigoli e vertici ad una terna cartesiana di assi cristallografici scelti considerando tre facce del cristallo aventi un vertice in comune. Esse formeranno a coppie tre spigoli convergenti e non complanari le cui direzioni possiamo assumere per assi cristallografici a, bc e ?, ?, ? gli angoli compresi rispettivamente tra bc, ac, ab. La croce assiale di riferimento segue il senso della geometria analitica con l’asse c verticale e l’asse a verso lo spettatore.

Antonio Parancandola nacque a Procida nel 1902, fu studioso di Mineralogia, Geologia e Vulcanologia. Svolse la sua attività di ricercatore e docente presso la Facoltà di Scienze e la Facoltà di Agraria dell’Università di Napoli. Dedicò grande attenzione allo studio del bradisismo puteolano e per la sua competenza fece parte di commissioni del Genio Civile per il controllo di tale fenomeno. Morì a Napoli nel 1977.

Cristalli di analcime (max 11x 9 mm) in piccola amigdala di una roccia leucotefritica (14x9x9 cm). Monte Somma. In collezione dal gennaio del 1845. Collezione Vesuviana, n.catalogo 10462 D913.

Cristalli di analcime (max 11x 9 mm) in piccola amigdala di una roccia leucotefritica (14x9x9 cm). Monte Somma. In collezione dal gennaio del 1845. Collezione Vesuviana, n.catalogo 10462 D913.

L’analcime Na[AlSi2O6]H2O è un tectosilicato e si ritrova in cristalli spesso isositetraedici ma anche in masse granulari. Fa parte del gruppo delle zeoliti.

Abraham Gottlob Werner (1749-1817) si era distinto sin da giovanissimo nello studio dei minerali; nel 1774, ancora studente dell’Università di Lipsia, pubblicò il primo trattato moderno sulla classificazione dei minerali basata essenzialmente sulla loro composizione chimica. Fissò in modo chiaro le relazioni tra geologia e mineralogia ponendo così le basi affinché quest’ultima assumesse un ruolo di disciplina autonoma nell’ambito delle Scienze della Terra. La fama di eccellente docente di Abraham Werner si era diffusa rapidamente in tutta l’Europa e numerosi giovani ricercatori soggiornarono presso l’Accademia mineraria di Freiberg per seguire le sue lezioni. Il Werner si interessò della formazione dei minerali e delle rocce ed enunciò la teoria “nettunista” che, in quei tempi, si contrapponeva alla teoria “plutonista”, proposta dallo scozzese James Hutton (1726-1797).

Il rachitismo o avitaminosi D è un disturbo che si manifesta durante la crescita ed è conseguente a uno scarso deposito di calcio e fosforo nella matrice organica dell’osso. La causa più comune del rachitismo è costituita dalla mancanza di vitamina D, che provoca una diminuzione dell’assorbimento intestinale di calcio e fosforo. Altri fattori scatenanti sono rappresentati da patologie intestinali croniche, dieta inadeguata e disfunzioni renali.
Le alterazioni scheletriche da rachitismo consistono generalmente in una caratteristica morfologia ad arco delle ossa lunghe, tipiche sono le curvature delle tibie e dei femori. Si osservano anche anomalie nella curvatura della colonna vertebrale, come cifosi e scoliosi, assottigliamento della volta cranica e ispessimento delle ossa frontali, che conferiscono un aspetto tipico al cranio, detto “a testa quadrata”.
Nel caso in cui l’avitaminosi colpisca un soggetto adulto si parla di osteomalacia, diffusa prevalentemente tra le donne con gravidanze ripetute e allattamento. L’osteomalacia è caratterizzata da alterazioni simili a quelle del rachitismo, ma i punti di accrescimento osseo e il cranio non sono coinvolti.
Il rachitismo fa parte delle patologie che lasciano segni riconoscibili sullo scheletro, quali le malattie articolari, i traumi, le infezioni, le malattie metaboliche o nutrizionali, le malattie ereditarie e le neoplasie. Le alterazioni patologiche presenti sui resti ossei sono oggetto di studio da parte dei paleopatologi, che si occupano di ricostruire lo stato di salute delle popolazioni antiche. Questo tipo di indagine già nel passato aveva stimolato la curiosità di alcuni scienziati, quali Rudolph Virchow (1821-1902), anatomista, e Sir Marc Armand Ruffer (1858-1917), primo studioso di antiche mummie egiziane dal punto di vista medico. Da allora la paleopatologia ha fatto passi da gigante anche grazie all’evoluzione della scienza medica che attualmente fornisce conoscenze e tecnologie utilmente impiegate nell’ambito della moderna ricerca archeologica multidisciplinare.

Bibliografia:
AUFDERHEIDE A., RODRIGUEZ-MARTIN C., 1998. The Cambridge Encyclopedia of Human Palaeopathology, Cambridge University Press, Cambridge
CIANCI A., MINOZZI S., 2005. Archeologia dei resti umani. Dallo scavo al laboratorio. Carocci editore.
ORTNER D.J., PUTSCHAR W.J., 1985. Identification of Pathological Conditions in Human Skeletal Remains, Smithsonian Institution Press, Washington.

L’acquisizione della postura eretta e della locomozione bipede rappresentano requisiti necessari ad un ominide fossile per poter essere incluso tra i nostri progenitori.
Il bipedismo si sviluppò intorno a sei milioni di anni fa, ben prima che cominciasse la prodigiosa espansione del cervello e in un primo momento si affiancò senza sostituirsi alla locomozione arboricola. Il bipedismo ha preceduto il primo sostanziale incremento del volume encefalico di 2 o 3 milioni di anni, per cui l’espansione del cervello, manifestatasi verso 2 milioni di anni fa, non è stata l’evento trainante in senso ominide. Il bipedismo “obbligato”, distinto dal bipedismo su terreno associato alla conservazione delle capacità arboricole, si affermò definitivamente con Homo ergaster circa due milioni di anni fa.
Il bipedismo, comparso in ambiente di foresta, consentì un vantaggioso adattamento alla vita negli ambienti di savana e comportò cambiamenti fisiologici e scheletrici che garantirono maggiore efficienza nella corsa e resistenza nella camminata. Le modificazioni nell’anatomia dello scheletro furono così profonde che sono riconoscibili anche in elementi ossei frammentari e isolati. Esse riguardarono la posizione e l’orientamento del foro occipitale a livello del cranio, la colonna vertebrale, il bacino, che ruotò in avanti e si espanse, così da fornire nuove aree di inserzione per i muscoli glutei, fondamentali per conferire spinta ed equilibrio.
L’acquisizione del bipedismo e del portamento eretto comportò numerosi vantaggi adattativi. Liberando gli arti superiori dalla funzione di appoggio, trasformò le mani in utensili utilizzabili per numerosi scopi, quali raccogliere e trasportare il cibo e i piccoli, cacciare, accendere il fuoco, costruire capanne e soprattutto fabbricare strumenti.

Bibliografia:
FEDELE F., a cura di, 1985. Aspetti dell’evoluzione umana. Napoli.
DI VINCENZO F., MANZI G., 2007. L’intricato cespuglio dell’evoluzione umana, in La Scimmia Nuda. Storia Naturale dell’Umanità, Catalogo a cura di Lauro C., Muscio G., Visentini P., 28-33.

Il Paleolitico inferiore è la fase più antica dell’età paleolitica e coincide con l’origine della cultura, intesa come l’insieme di schemi di comportamento condivisi da un gruppo umano e trasmessi da una generazione all’altra per apprendimento. Il Paleolitico inferiore è caratterizzato dalla produzione dei più antichi manufatti umani, ascrivibili alla più primitiva tecnologia litica, la cultura Olduvaiana, così denominata dal giacimento di Olduvai in Tanzania. Tale cultura è rappresentata da ciottoli o blocchi di pietra scheggiati su una sola faccia (chopper), ciottoli con scheggiatura alterna (chopping-tool), poliedri a scheggiatura multidirezionale, schegge informi. Tali oggetti furono rinvenuti in Africa a partire da circa 2,5 milioni di anni fa accanto ai resti fossili di Homo habilis. Gli stessi reperti compaiono in Europa circa un milione di anni fa e sono ascrivibili alla Pebble culture, intesa da alcuni autori come sinonimo del termine Olduvaiano.
A partire da 1,4 milioni di anni fa in Africa e da circa 700.000 anni fa in Europa, si afferma la cultura Acheuleana, tipica di Homo erectus, caratterizzata dalla produzione di utensili più elaborati, a forma di mandorla, lavorati su due lati in modo simmetrico, detti amigdale o bifacciali. I bifacciali venivano utilizzati soprattutto per l’estrazione di radici dal terreno o per triturare i vegetali. La cultura acheuleana permane fino a circa 200.000-130.000 anni fa. Contemporaneamente in Europa si sviluppano industrie litiche su scheggia prive di bifacciali che prendono il nome di Clactoniano da Clacton-on Sea in Gran Bretagna e di Tayaziano da Tayac in Francia. Lo stadio finale dell’Acheuleano in Europa appartiene all’interglaciale Riss-Wurm (circa 150.000-75.000 anni fa), ed è caratterizzato da bifacciali di dimensioni ridotte e di forma lanceolata, definiti di tipo Micocchiano, dalla località francese La Micoque.
Verso la fine del Paleolitico inferiore, a partire da 300.000 anni fa, un ulteriore processo di evoluzione interessò la tecnologia litica e fu introdotta la tecnica Levallois, che rappresentò una vera e propria rivoluzione nella lavorazione della pietra. Questa tecnica di scheggiatura consentì la fabbricazione di strumenti più vari e specializzati.

Bibliografia:
AA. VV., 1986. Il Paleolitico “Le Scienze Quaderni”, a cura di Fedele F., Milano, 30.
AA.VV., 2007. Testimonianze dell’uomo paleolitico tra Irpinia e Daunia, a cura di Forgione S., Soldati I., Velox Print.
BROGLIO A., KOZLOWSKI J., 1986. Il Paleolitico, Uomo, ambiente e culture. Jaca Book ed.
BROGLIO A., 1998. Introduzione al Paleolitico, Laterza, Bari.
MARTINI F., 2008. Archeologia del Paleolitico. Storia e culture dei popoli cacciatori- raccoglitori. Carocci Editore.

Vetrina Falconiformi, Accipitriformi e falconeria

Vetrina Falconiformi, Accipitriformi e falconeria

L’ordine dei Falconiformi comprende uccelli predatori, dotati di becco corto e uncinato, di capo grande e di zampe robuste, fornite di unghie incurvate dette artigli. Guidati da una vista eccellente, questi uccelli predano di giorno, utilizzando gli artigli per afferrare la preda e il becco per lacerarla. Ottimi volatori, possiedono ali grandi e arrotondate nelle specie che si muovono lentamente planando, e piccole ed appuntite in quelle che sfrecciano.
Nei Falconiformi la femmina generalmente è più grande del maschio, mentre la livrea nei due sessi appare simile.
Solitari o gregari, questi uccelli sono distribuiti, ad eccezione dell’Antartide, in tutto il mondo e concorrono a mantenere un corretto equilibrio biologico dell’ambiente, perché cacciando gli organismi più deboli migliorano le caratteristiche delle popolazioni che vivono nel loro territorio, quali ad esempio i roditori, e, inoltre, ne  rimuovono le carogne.
Molte specie durante il corteggiamento si esibiscono in voli coreografici. Preparato il nido sul terreno, su rocce o su alberi i genitori nutrono i piccoli, attratti dal contrasto dei colori che caratterizza piumino e becco. Nel caso di più pulcini nella nidiata, quelli più robusti si appropriano con prontezza del cibo, mentre il più debole spesso soccombe, sino a divenire preda dei fratelli.
Le specie viventi di Falconiformi sono distribuite in cinque famiglie: i Catartidi (condor, avvoltoi del Nuovo Mondo), i Sagittariidi (serpentario), gli Accipitridi (aquile, sparvieri, poiane, albanelle, avvoltoi del Vecchio Mondo), i Falconidi (falchi) e i Pandionidi (falco pescatore).
Perseguitati a torto per decenni, questi Uccelli svolgono importanti funzioni di controllo delle popolazioni di molti animali e di rimozione di carogne, possibili focolai d’infezione.
La storia naturale dei Falconiformi e Accipitriformi si incrocia con la storia di Federico II di Svevia (1194-1250), da cui fu fondata l’Università alla quale afferisce il Centro Musei. Infatti, l’Imperatore coltivò a lungo studi ornitologici finalizzati, soprattutto, alla pratica della falconeria, e che diedero corpo al suo celebre trattato De arte venandi cum avibus.

Bibliografia:
BADINO G., MASUTTI L., LODI E., TORTONESE E., ANDREOLI R., TORCHIO M., BRUNO S., GUERRA M., CAGNOLARO L.,  2005. La Scienza. Il Regno Animale. Volume II, UTET Cultura, pp.779.
FRAISSINET M., DE FILIPPO G., KALBY M., 1984. Revisione sistematica dell’ordine dei Falconiformi (Falconiformes) della collezione dell’Istituto e Museo di Zoologia, dell’Università degli Studi di Napoli. Bollettino Società Naturalisti, Napoli, 93, pp. 257-272.

Falco cuculo (Falco vespertinus) Z4740

Falco cuculo (Falco vespertinus) Caserta, Z4740

Poiana comune (Buteo buteo) Z4682

Poiana comune (Buteo buteo) Bagnoli Napoli, Z4682

Nibbio reale (Milvus milvus)  Z4613

Nibbio reale (Milvus milvus) Astroni Napoli, Z4613

Calcare metamorfosato

Calcare metamorfosato (10x5x8cm) con cristalli di humite (3mm). Collezione Vesuviana, n.catalogo 11124 D1575.

Il gruppo delle humiti è costituito da 12 termini e prende il nome dall’humite (Mg, Fe)7[SiO4] 3 (F,OH)2 minerale rinvenuto nel complesso vulcanico del Somma-Vesuvio nel 1813  da C. de Bourbon  che lo dedicò a Sir Abraham Hume famoso collezionista di rocce e minerali.

Ferruccio Zambonini nacque a Roma nel 1880 ove si laureò in Scienze Naturali. Giunse a Napoli nel 1906 in quanto gli fu affidato l’incarico di coadiutore al Real Museo Mineralogico dell’Università di Napoli. Nel 1909, avendo vinto  la cattedra di Mineralogia, si trasferì presso l’Università di Sassari. Nel 1926 ritornò a Napoli per ricoprire la cattedra di Chimica Generale della Regia Università di Napoli di cui  fu Rettore dal 1923 al 1925 e dal 1930 al 1932.
Zambonini è universalmente considerato uno dei più grandi studiosi di mineralogia vesuviana ma si dedicò con passione anche allo studio cristallografico e chimico di minerali di altre località, sia italiane che straniere. Meritano di essere ricordati i suoi studi sulle zeoliti, minerali importanti per le loro applicazioni industriali e per la salvaguardia dell’ambiente. A lui si deve l’importante legge della cristallochimica nota come “regola di Zambonini”, secondo la quale la formazione dei cristalli misti è condizionata dal raggio degli ioni vicarianti, più che dalle loro proprietà chimiche.
Zambonini ebbe l’incarico di realizzare un’opera onnicomprensiva sulla mineralogia vesuviana per realizzare la quale raccolse tutti i dati esistenti, molti dei quali custoditi presso il Real Museo Mineralogico, controllandone personalmente la correttezza scientifica e integrandoli con dati inediti, ottenuti con i suoi studi. All’imponente trattato contribuirono diversi studiosi italiani e stranieri tra cui alcuni rappresentanti del British Museum of Natural Science e del Museo Mineralogico di Baviera. Pubblicata nel 1910, La Mineralogia Vesuviana è tuttora consultata ed apprezzata da coloro che si avvicinano al complesso mondo dei minerali vesuviani.

Arcangelo Scacchi nacque il 9 febbraio 1810 a Gravina di Puglia. Laureatosi in Medicina a soli 21 anni ben presto si dedicò, spinto dal suo maestro  Matteo Tondi, allo studio della Mineralogia ed in particolare della Cristallografia. Nel 1844 gli fu assegnata la cattedra di Mineralogia e la direzione del Real Museo Mineralogico. La direzione dello Scacchi iniziò sotto i migliori auspici, infatti, nel 1845 nel Real Museo si svolse, con notevole successo il VII Congresso degli Scienziati italiani. In occasione del Congresso furono stampati due importanti volumi “Napoli e luoghi celebri delle sue vicinanze” da consegnare in omaggio ai partecipanti. Lo Scacchi colse l’occasione per illustrare l’importanza del Museo ed elencò la consistenza delle Collezioni. In linea con i nuovi indirizzi tracciati da Romè de l’Isle e da Haüy, lo Scacchi si dedicò a ricerche di cristallografia portando numerosi contributi a questo ramo della mineralogia. Di notevole importanza furono i suoi studi di cristallografia, condotti con il goniometro a riflessione di Wollaston, prestatogli da Teodoro Monticelli, e con il goniometro di Waltershausen, prestatogli da monsignore Medici-Spada. Nel 1851 lo Scacchi, sempre più interessato alle ricerche cristallografiche, commissionò alle officine Barbieri di Napoli un goniometro a riflessione con cerchio verticale. In quel periodo Napoli vantava tecnici di alta precisione formatisi alla scuola di incisori, geodeti e disegnatori voluta da Gioacchino Murat. Appassionato studioso di mineralogia vesuviana  ma anche di problematiche vulcanologiche, ebbe il merito di rimuovere vecchie concezioni sia sulla dinamica delle eruzioni che sui prodotti lavici contrapponendosi alle vedute di eminenti scienziati dell’epoca del calibro di Von Buch,  Von Humbolt ed Hoffmann. In un lavoro del 1852 introdusse il concetto di vulcanismo idromagmatico, che sarà sviluppato soltanto nel 1970. Rinvenne per la prima volta 21 nuovi  minerali al Somma-Vesuvio, indicando per ognuno l’esatta composizione e giacitura. La notorietà di Scacchi varcò i confini dell’Italia e s’impose nel consesso internazionale tra i pilastri portanti delle scienze mineralogiche. Ebbe larghi riconoscimenti ed onorificenze; fu presidente di una delle più prestigiose accademie italiane quella dei XL,  fu Rettore dell’Università di Napoli dal 1865 al 1867 e dal 1875 al 1877 e nel 1861 fu nominato Senatore a vita del Regno d’Italia. Morì a Napoli l’undici ottobre 1893.

La luminescenza è un fenomeno che consiste nell’emissione di debole luce da parte di minerali che contengono ioni chiamati attivatori (sono ioni di metalli di transizione). Il fenomeno può essere indotto in vari modi: per sfregamento con un panno di lana (triboluminescenza), per riscaldamento a temperatura moderata (termoluminescenza), per irraggiamento con raggi X o con luce ultravioletta o raggi catodici. Se l’emissione della luce termina con l’irraggiamento si ha il fenomeno della fluorescenza , se l’emissione della luce continua anche dopo l’irraggiamento si ha il fenomeno della fosforescenza.
Il fenomeno della fluorescenza fu osservata la prima volta sui cristalli di  fluorite. Gli elettroni, eccitati da radiazioni invisibili a minor lunghezza d’onda, vengono spostati a livelli di energia più elevati; se l’eccitazione originale è indotta da luce ultravioletta, la fluorescenza si manifesta in genere per riemissione di radiazioni di lunghezze d’onda del campo del visibile. I colori di fluorescenza non hanno nessuna relazione con il colore naturale del minerale e possono variare anche nei diversi esemplari dello stesso minerale. Fra i minerali che presentano questo fenomeno ricordiamo l’apatite, la calcite, la scheelite, l’autunite, la scapolite.

Cristalli di Apatite (2mm) in un proietto dell’eruzione del Vesuvio dell’aprile del 1872. Collezione Vesuviana, n.catalogo 11074 D1535.  a) luce naturale b) luce ultravioletta ad onda corta c) luce ultravioletta ad onde lunghe

Cristalli di Apatite (2mm) in un proietto dell’eruzione del Vesuvio dell’aprile del 1872. Collezione Vesuviana, n.catalogo 11074 D1535. a) luce naturale b) luce ultravioletta ad onda corta c) luce ultravioletta ad onde lunghe

Fluorite: cristalli cubici (max  3cm) gialli con calcopirite, Gersdorf, Germania. Grande Collezione, Real Museo Mineralogico, n.catalogo 7209 C1833.

Fluorite: cristalli cubici (max 3cm) gialli con calcopirite, Gersdorf, Germania. Grande Collezione, Real Museo Mineralogico, n.catalogo 7209 C1833.

La fluorite (CaF2) si presenta in cristalli euedrali cubici, ottaedrici e rombododecaedri con lucentezza vitrea e variamente colorati in violetto, blu, verde, rosa, giallo; più rari sono i cristalli incolore. Il suo nome deriva dal latino fluire che significa fondere, in quanto la fluorite veniva usata in metallurgia come fondente; secondo altri deriva dall’appellativo flower usato dai minatori inglesi del Medio Evo per indicare i cristalli di fluorite. Gli antichi greci utilizzavano la fluorite come pietra preziosa ed i romani la usavano per la costruzione di stupendi vasi multicolori.
I cristalli di fluorite sono notevolmente fluorescenti se esposti a raggi ultravioletti ed il fenomeno della fluorescenza prende il nome proprio da questo minerale. La fluorite cristallizza in ambiente idrotermale formando potenti filoni di cui può essere l’unico componente o può essere accompagnata da baritina BaSO4.
Il Real Museo Mineralogico possiede una ricca collezione di fluoriti, provenienti in massima parte dal Cumberland  e da Durham, Inghilterra, note località minerarie da cui provengono bellissimi reperti che oggi impreziosiscono le principali collezioni di minerali di tutto il mondo.

Machatschki e Bragg nel 1930 proposero per i silicati una classificazione basata sulle modalità di concatenamento dei tetraedri [SiO4] che possono presentarsi isolati ovvero gli ossigeni non sono condivisi con gli altri tetraedri, oppure possono polimerizzarsi cioè possono riunirsi con altri tetraedri. Definirono sei gruppi caratterizzati da differenti radicali: nesosilicati (silicati a isola) nei quali il radicale è [SiO4]4-, sorosilicati (silicati a gruppo) [Si2O7]6-, ciclosilicati (silicati ad anelli finiti) [Si3O9]6- [Si4O12]8- [Si6O18]12- [Si9O27]18-, inosilicati (silicati a fibra) [SiO3]2- [Si4O11]6-, fillosilicati (silicati a foglio) [Si4O10]4-, tectosilicati (silicati a impalcatura) [SiO2]

La flogopite è un fillosilicato ed appartiene all’importante gruppo delle miche che cristallizzano nel sistema monoclino e sono caratterizzate da facile sfaldatura. I cristalli sono tabulari a contorno esagonale o pseudoesagonale di colore nero, bruno o verde scuro, grigio, bruno verde, giallo, rosato. In Italia si rinviengono in molte località tra cui il Vesuvio dove la biotite è un comune minerale di molti proietti vulcanici. Generalmente le miche sono divise in due serie: serie della muscovite i cui termini più importanti sono le miche chiare la muscovite K2Al4(Si6AlO20)(OH)4 e la paragonite Na2Al4(Si6Al2O20)(OH)4 fra loro solubili. La muscovite e la paragonite sono minerali soprattutto metamorfici presenti in micascisti e gneiss, la muscovite è presente anche nei graniti. La serie della biotite il cui termine più importante è proprio la biotite K(Mg,Fe)3(Si3Al)O10)(OH)2, largamente diffusa sia nelle rocce metamorfiche che magmatiche sia intrusive come i graniti in cui è l’unico minerale femico sia nelle effusive; la flogopite KMg3(Si3Al)O10)(OH)2 è meno frequente ed è un prodotto di metamorfismo regionale e termico, nelle rocce eruttive è presente nelle rocce ultrabasiche come la kimberlite.

Regolo comune (Regulus regulus)  Z5254

Regolo comune (Regulus regulus), Posillipo Napoli Z5254

Quello dei Passeriformi è il più vasto e complesso ordine di Uccelli che comprende oltre 5.000 specie, cioè  i 3/5 di tutte le specie di Uccelli esistenti. La maggior parte delle specie di questo ordine ha dimensioni medio-piccole. Sono muniti di quattro dita, tre rivolte in avanti e uno, il pollice, rivolto all’indietro in modo da offrire una buona presa sui rami. I Passeriformi sono tutti arboricoli o secondariamente terricoli; i pochi che vivono o prendono cibo in acqua non hanno zampe palmate.  Di norma sono ottimi volatori.
Tranne poche specie che sono stanziali, la maggior parte dei Passeriformi sono Uccelli migratori.
Il becco ha varia foggia, in relazione ai differenti regimi alimentari ed ai particolari adattamenti evolutivi: alcuni sono onnivori, altri granivori, altri si nutrono di invertebrati. Il regime di alimentazione insettivora conferisce  ai Passeriformi un ruolo fondamentale nell’economia agricola.
Presenti in tutto il mondo, popolano gli ambienti più vari, tranne quello acquatico, fatta eccezione per il merlo acquaiolo.
Presentano l’organo del canto, la siringe, in posizione tracheo-bronchiale; moltissime specie infatti sono apprezzate per il loro canto melodioso.
Generalmente depongono 5-6 uova per cova, la cui durata è di circa 15 giorni. La prole è nuda ed inetta, caratterizzata da una vistosa colorazione della cavità orale, che facilita ai genitori l’imbeccata del cibo.
L’origine dei Passeriformi risale molto probabilmente agli inizi dell’Era Terziaria (66 milioni di anni fa circa), periodo a partire dal quale si è verificata una fioritura esplosiva dell’ordine che si è arricchito molto rapidamente di nuove forme accanto alle quali se ne rinvengono altre con caratteri di indubbia primitività. Tutto ciò rende complessa e controversa la classificazione sistematica dei Passeriformi. I criteri maggiormente accreditati si basano su determinati caratteri comparativi quali il sistema tendineo delle zampe, il numero ed il meccanismo di inserzione dei muscoli della siringe, la disposizione dei rivestimenti cornei del tarso e il numero delle remiganti primarie. I vecchi raggruppamenti sistematici basati sulla forma del becco sono stati abbandonati, dal momento che essendo troppo facilmente riconducibili ad adattamenti ambientali e/o alimentari possono coesistere nell’abito di una stessa famiglia.

Scricciolo (Trogloyites troglodytes) Z5126

Scricciolo (Trogloyites troglodytes) Capodimonte Napoli Z5126

Bibliografia:
BRICHETTI P., CAMBI D., 1981-82. Uccelli. Enciclopedia sistematica dell’avifauna italiana. Rizzoli, Milano, pp. 1440.
PETERSON R., MOUNTFORT G., HOLLOM P.A., 2002. Guida degli uccelli d’Europa. Muzzio Editore. pp. 370.

Con il termine migrazione si indicano gli spostamenti che molti animali effettuano per distanze notevoli alla ricerca di cibo, di luoghi in cui riprodursi o per sfuggire sfuggire alle condizioni atmosferiche avverse.
Esempio di migrazione tra i Pesci è quella dei salmoni che compiono un viaggio estenuante quando la femmina, pronta per la riproduzione, dal mare risale il corso d’acqua per tornare nelle acque natali dove depone le uova prima di riprendere il suo lungo viaggio e tornare in mare. Singolare specie migratrice è la cicogna bianca che dopo aver nidificato in Europa raggiunge l’Africa dove trascorre l’inverno. Altre specie di Uccelli possono viaggiare anche per centinaia di chilometri pur di far ritorno allo stesso luogo di cova ogni anno.
Molti animali migrano in gruppo, senza dubbio per ragioni di sicurezza, emettendo continui richiami per tenersi in contatto tra loro.
Non è noto il meccanismo attraverso il quale gli animali riescono ad orientarsi su distanza così lunghe. Riguardo alle migrazioni degli Uccelli alcuni autori ritengono che soprattutto le specie che migrano di notte, sfruttino la forza di gravità per orientarsi (effetto Coriolis) ma in molti casi sembra che gli animali sfruttino l’odorato per riconoscere i luoghi su cui transitare. I piccioni viaggiatori sembrano sfruttare il magnetismo terrestre e, in effetti, nel loro orecchio è stata individuata la magnetite.

Bibliografia:
HICKMAN C.P., ROBERTS L.S., LARSON A., L’ANSON H., 2005. Fondamenti di Zoologia. The McGraw-Hill Companies, Milano.
BERTHOLD P., 2003. Le migrazioni degli uccelli. Bollati Boringhieri, pp. 336.

Vetrina leoni

Vetrina leoni (Panthera leo). Foto di Riccardo Giordano

Per dimorfismo sessuale si intende l’insieme dei caratteri somatici che, nell’ambito di una stessa specie animale o vegetale, contraddistinguono i due sessi.
In Pesci, Anfibi e Rettili le femmine in genere sono più grandi dei maschi per il fatto che devono contenere un gran numero di uova, poche delle quali porteranno a termine lo sviluppo.
Negli Uccelli vi sono diversi tipi di dimorfismo, con vario significato. Nei rapaci le femmine di norma sono più grandi dei maschi. In altri Uccelli, invece, i maschi sono più appariscenti delle femmine e questa differenza si accentua ancora di più nel periodo degli amori, momento in cui si assume la livrea nuziale, aspetto che può condizionare il successo riproduttivo nell’ambito della propria specie.
Nei Mammiferi i maschi sono più grossi delle femmine sia per esigenze di competizione con gli altri maschi, che per sottomettere fisicamente le femmine. Esempio molto significativo è tra i Felidi quello del leone che differisce dalla femmina oltre che per la maggior mole per la folta e vistosa criniera.

Bibliografia:
BADINO G., MASUTTI L., LODI E., TORTONESE E., ANDREOLI R., TORCHIO M., BRUNO S., GUERRA M., CAGNOLARO L.,  2005. La Scienza. Il Regno Animale. Volume II, UTET Cultura, pp. 779.

Cornacchia grigia (Corvus corone cornix), Marano di Napoli, Z5323

Cornacchia grigia (Corvus corone cornix), Marano di Napoli, Z5323

La famiglia dei Corvidi comprende circa cento specie di Uccelli diffusi in quasi tutto il globo, tranne che nelle regioni polari e in alcune zone dell’Oceania. Essa annovera corvi, cornacchie, ghiandaie, gazze, nocciolaie e taccole.
Di dimensioni tra i 25 e i 65 cm circa, i Corvidi hanno colorazione del piumaggio differente nelle varie specie, ma generalmente senza dimorfismo sessuale. Onnivori, hanno becco particolarmente robusto, adatto ad afferrare e rompere il rivestimento di semi e frutti secchi, che rappresentano la componente principale della loro dieta. Le narici sono ricoperte di sottili penne modificate simili a peli, dette vibrisse, che contribuiscono a svolgere la funzione olfattiva.
Uccelli estremamente intelligenti e adattabili, spesso vivono in prossimità di insediamenti umani. Sebbene nella stagione riproduttiva manifestino un comportamento territoriale, negli altri periodi dell’anno sono generalmente gregari, formando stormi anche di migliaia di individui. Alcune specie compiono brevi migrazioni. I nidi vengono costruiti da entrambi i genitori su alberi alti, utilizzando ramoscelli e materiali morbidi e sottili. La cova delle uova è effettuata solo dalla femmina, mentre ad accudire i piccoli provvedono entrambi i genitori.
Al genere Corvus appartiene la taccola (Corvus monedola), un tempo frequente in Italia ed oggi in diminuzione, il corvo nero (Corvus frugilegus), la cornacchia (Corvus corone) ed il corvo imperiale (Corvus corax). Altri uccelli della famiglia sono le gazze; le nocciolaie, le ghiandaie ed i gracchi.
Tutti i Corvidi sono caratterizzati da voce aspra e roca, emessa generalmente in coro dal momento che  queste specie conducono una vita gregaria.
Questi Uccelli mostrano notevole capacità di apprendimento, memorizzando in modo straordinario differenti suoni (anche la voce umana nel cosiddetto “merlo indiano”) e ricordando in alcuni casi il punto in cui mesi e mesi prima avevano nascosto il cibo.

Bibliografia:
BADINO G., MASUTTI L., LODI E., TORTONESE E., ANDREOLI R., TORCHIO M., BRUNO S., GUERRA M., CAGNOLARO L.,  2005. La Scienza. Il Regno Animale. Volume II, UTET Cultura, pp.779.

Parrocchetto testa blu (Pionus menstruus), Giardino Zoologico di Napoli, Z5689

Lorichetto arcobaleno (Trichoglossus haematodus)

Sebbene l’alimentazione degli uccelli vari con le stagioni, in base alla disponibilità delle risorse, è possibile distinguere uccelli predatori che mangiano altri animali vivi (la civetta mangia arvicole, topi, toporagni, passeri), uccelli vegetariani erbivori o granivori che mangiano foglie, erbe, semi, noccioli, frutta, legumi (lo struzzo, il fringuello), uccelli onnivori che utilizzano tutte le fonti di cibo prima citate ed uccelli necrofagi che si cibano di carcasse (avvoltoi).
Nel corso dell’evoluzione la selezione naturale ha favorito conformazioni del becco estremamente diverse da una specie di uccello all’altra, in relazione alle differenti diete. La presenza di un becco simile, però, non sempre è indicativa delle relazioni di parentela tra le specie; in alcuni casi, infatti, specie di Uccelli non affini, ma con uguali abitudini alimentari, hanno adottato becchi con struttura simile per un fenomeno di convergenza adattativa. È il caso dei rapaci notturi e diurni che, pur non essendo imparentati, mostrano entrambi becco adunco, atto a lacerare le carni. Al contrario, tutti i pappagalli (Psittaciformi) hanno becchi morfologicamente simili.
Dalla forma del becco di un uccello si può capire quale sia l’alimento di cui esso si nutre in prevalenza.
Gli Uccelli che si nutrono di insetti terrestri, come tordi, merli, hanno becco lungo e sottile, utilizzato come una pinzetta per prendere gli insetti  dalle fessure del legno e delle rocce. Le specie che si nutrono di larve di Insetti, come i picchi, hanno becco a forma di scalpello atto scavare nel legno degli alberi alla ricerca delle larve. Gli Uccelli che cacciano in volo gli Insetti hanno becco corto e largo, munito ai lati di setole che agiscono come una rete incrementando il raggio di cattura.
Le specie di Uccelli che si nutrono di semi, come i passeri e i canarini, hanno becco breve e robusto, adatto a rompere i duri tegumenti dei semi e ad estrarne il contenuto.

Merlo Turdus merula

Merlo Turdus merula, Napoli, Z5185

I rapaci diurni (Falconiformi ed Accipitridiformi), quelli notturni (Strigiformi) e le averle hanno becco ad uncino con bordi affilati che consente di uccidere rapidamente la preda e di lacerarne le carni.
Molti Uccelli, come i pellicani o gli aironi, hanno becchi lunghi che utilizzano come fiocine per pescare.
Altre specie di costumi acquatici, tra i quali gli Anseriformi, hanno il becco fornito di lamelle filtranti che lasciano passare l’acqua e trattengono i piccoli organismi.
I buceri (Bucerotiformi) e i tucani (Piciformi) presentano entrambi becchi molto grandi e lunghi, che consentono a questi Uccelli di raggiungere i frutti sui rami più sottili degli alberi.
Nei Còrvidi il becco è poco caratterizzato, potendosi cibare in maniera indifferente di vegetali, insetti o altri animali, adattandosi a vari ambienti.

Passero solitario Monticola solitarius, Napoli,  Z5170

Passero solitario Monticola solitarius, Napoli, Z5170

Ghiandaia comune (Garrulus glandarius), Napoli, Z5300

Ghiandaia comune (Garrulus glandarius), Napoli, Z5300

Bibliografia:
BOTTE V., SCILLITANI G., 1999. Il Museo Zoologico, in I Musei Scientifici dell’Università di Napoli Federico II, a cura di Arturo Fratta, Fridericiana Editrice Universitaria, pp. 141-183, Napoli.
GRASSI R., 1981. Uccelli. Enciclopedia sistematica dell’avifauna italiana. Rizzoli, Milano, pp. 1.440.

Fistione turco (Netta rufina) Z4561

Fistione turco (Netta rufina), Napoli, Z4561

Uccelli dai costumi acquatici o semiacquatici con zampe corte e piedi palmati, hanno becco rigido e appiattito, dotato di lamelle e ricco di terminazioni nervose sensoriali. Hanno narici grandi ed olfatto molto sviluppato. Gli Anseriformi come altri Uccelli acquatici rendono impermeabili le pinne, spargendo su di esse una sostanza oleosa secreta da una ghiandola posta alla base della coda, la ghiandola dell’uropigio, che in questo gruppo è molto sviluppata.
Comprendono 150 specie diffuse in tutto il mondo, suddivise nelle famiglie degli Anatidi, che comprende oche, anatre, cigni, e degli Anìmidi, che comprende i kaimichi.
Vivono in molti ambienti acquatici e sono buoni nuotatori che riescono a galleggiare grazie allo strato d’aria che trattengono sotto le penne; possono raggiungere anche quote elevate, ma non sono capaci di volo planato. Molte specie sono gregarie.
Le oche generalmente hanno livrea simile nei due sessi, dai colori smorti. Nelle anatre si riscontra nel periodo riproduttivo una colorazione più variopinta nei maschi, rispetto alle femmine che così possono facilmente mimetizzarsi durante la cova, riducendo i rischi cui le uova potrebbero andare incontro.
Durante il periodo riproduttivo in primavera-estate la femmina costruisce un nido semplice sul terreno o tra la vegetazione, lo fodera con piume calde e morbide che le crescono in questo periodo e da sola cova le uova.  I piccoli lasciano il nido poco dopo la nascita e la madre li cura finché non sono in grado di volare. Molte specie delle regioni temperate compiono lunghe migrazioni.
Si nutrono per filtrazione trattenendo l’alimento ed espellendo l’acqua dal becco. Alcune specie, come oche e cigni, sono vegetariane; altre, come smerigli e pescaiole, mangiano pesci.
Gli Anseriformi sono presenti dal Cretaceo inferiore (136-65 milioni di anni fa) con un antenato degli Anatidi il fossile di Gallornis, rinvenuto in Francia, meno noto rispetto al famoso Archeopteryx ma di pari importanza per la teoria dell’evoluzione degli Uccelli
Il comportamento di questi uccelli è stato molto studiato dal famoso biologo Konrad Lorenz (1903-1989) ed ha gettato le basi per la moderna etologia.

Bibliografia:
BADINO G., MASUTTI L., LODI E., TORTONESE E., ANDREOLI R., TORCHIO M., BRUNO S., GUERRA M., CAGNOLARO L.,  2005. La Scienza. Il Regno Animale. Volume II, UTET Cultura, pp.779.

Nei Vertebrati vivipari, l’uovo fecondato si impianta nell’utero, da cui l’embrione riceve il nutrimento necessario per lo sviluppo. Gli organismi vivipari più specializzati sono i Mammiferi; tra essi, nei Marsupiali la capacità del corpo materno di fornire nutrimento all’embrione è ancora piuttosto limitata: gli embrioni restano per un breve periodo nelle vie genitali femminili ed i piccoli vengono partoriti precocemente, completando lo sviluppo nel marsupio, una tasca situata sul ventre della madre, dove si nutrono del latte emesso da un capezzolo e secreto dalla ghiandole mammarie. Nei Mammiferi Placentati, gli embrioni si sviluppano completamente nell’utero, ricavando il nutrimento dall’apporto di sangue che la madre garantisce loro tramite un organo specializzato, la placenta.

L’uovo amniotico è caratterizzato da annessi embrionali che favoriscono lo sviluppo dell’embrione anche fuori dall’acqua, proteggendolo dalla disidratazione. Questi annessi sono: il sacco del tuorlo, che fornisce le sostanze nutritive; l’amnios, che costituisce una riserva di acqua e di altri elementi nutritivi; e l’allantoide, membrana extraembrionale che si sviluppa dall’endoderma con la funzione di raccogliere le sostanze metaboliche di rifiuto.
Comparso per la prima volta nei Rettili, ma caratteristico anche degli Uccelli e dei Mammiferi Monotremi, l’uovo amniotico ha rappresentato la più importante conquista evolutiva di adattamento all’ambiente terrestre.

Bibliografia:
SOLOMON E.P., BERG L.R., MARTIN VILLEE D.W., 2005. Biologia: gli animali e la vita. Riproduzione e differenziamento. Edises, pp. 370.

Gufo reale (Bubo bubo) Capodimonte Napoli, Z5022

Gufo reale (Bubo bubo) Capodimonte Napoli, Z5022

Gli Uccelli sono dotati di penne le quali, oltre a consentire il volo, isolano il loro corpo e concorrono, così, a tenerne costante la temperatura. Essi sono, infatti, animali omeotermi e, per far fronte alle enormi richieste energetiche del volo, devono sostenere un metabolismo molto attivo che si esprime con una elevata temperatura interna. Le penne sono delle strutture cornee formate da cheratina, un po’ come i nostri capelli; esse assumono sviluppo e forma differente a seconda della loro funzione. E’ facile, così, individuare in un uccello, oltre ad un gran numero di penne che lo rivestono, anche altre, come le remiganti e le timoniere, chiamate a consentire e regolare il volo.
Lo sviluppo del volo negli Uccelli ha richiesto non poche modificazioni al loro corpo. Così, gli arti anteriori si sono trasformati in ali che, mosse in modo peculiare dai voluminosi e potenti muscoli pettorali, permettono agli Uccelli di librarsi nell’ambiente aereo e di compiervi infinite acrobazie proprie di molti aspetti della loro vita di relazione.
Ma non tutti gli Uccelli sono in grado di volare. Alcuni, infatti, nel corso dell’evoluzione hanno perso questa capacità perché sono divenuti buoni corridori o imbattibili nuotatori.
L’adattamento al volo ha comportato anche una modificazione dello scheletro, formato ora da tipiche ossa cave (ossa pneumatiche) che sono al tempo stesso leggere, resistenti e flessibili.
Gli Uccelli non sviluppano i denti; la loro funzione è espletata dal becco, una speciale struttura cornea che riveste i margini della bocca. Basta osservare pochi esemplari di specie differenti per rendersi conto che il becco ha forma molto varia, perfettamente adatta al tipo di alimentazione. A seconda delle specie gli Uccelli, infatti, si cibano di frutta, semi, insetti, piccoli vertebrati, altri uccelli e anche mammiferi. Ebbene ciò si riflette sulla forma e sulle dimensioni del becco. Ad esempio, il becco è lungo nel tucano, così che possa raggiungere i rami distanti dagli alberi; è corto e robusto nel pappagallo, adatto a rompere i frutti ed i semi più duri; è uncinato nell’aquila per smembrare la preda; è lungo e affilato nel pellicano per favorire la cattura dei pesci.

Parrocchetto testa blu Pionus menstruus Z6134

Parrocchetto testa blu (Pionus menstruus) Z6134

Tutti gli Uccelli sono bipedi; le loro zampe poggiano sul suolo con le dita e mostrano caratteri particolari che le adattano alla funzione che sono chiamate a svolgere. Esse, infatti, a seconda dei casi, possono essere idonee a camminare, a mantenersi in equilibrio, a nuotare, a prendere il cibo e così via. Ad esempio, lo struzzo, che conduce vita terrestre, ha solo due grandi dita rivolte in avanti che conferiscono all’arto notevole presa e stabilità durante la corsa. Il pappagallo può salire con estrema facilità sugli alberi perché le sue zampe sono dotate di ottima presa in quanto due dita sono volte in avanti e due all’indietro, disposizione ottima per arrampicarsi sui rami. Il fenicottero ha zampe lunghe e dita palmate, cioè con una membrana di pelle tra le dita, che gli consentono di muoversi agevolmente nell’ambiente di palude in cui vive, senza pericolo di affondare.
Negli Uccelli, il tipo di vita aerea ha portato al potenziamento di alcuni organi di senso. Molti di essi si giovano di una vista eccellente, particolarmente utile nei predatori che sono in grado di seguire oggetti in movimento anche a grande distanza. Parimenti sviluppato è l’udito: l’orecchio, in molte specie, discrimina molti più suoni del nostro. Ciò si spiega se si tiene conto che richiami e canti esplicano un ruolo importante nella loro vita di relazione, come nella marcatura del territorio o nel corteggiamento. Un fine udito, poi, è indispensabile in alcune specie notturne perché consente loro di localizzare la preda.
Gli Uccelli sono a sessi separati;  i maschi hanno, in genere, piumaggio più colorato e vistoso della femmina, (dimorfismo sessuale) cosa che li aiuta nel corteggiamento e nell’allontanamento dei rivali. In molte specie, infatti, i maschi attirano la femmina  esibendo la loro livrea multicolore.

Fenicotteri (Phoenicopterus ruber)

Fenicotteri (Phoenicopterus ruber). Foto di Riccardo Giordano

Tutti gli Uccelli depongono uova covate, spesso, da entrambi i genitori, in nidi talora dalla forma complessa. Dopo la schiusa, uno o entrambi i genitori, si impegnano ad alimentare la prole  finché questa non diviene autosufficiente. Queste cure parentali hanno durata diversa a seconda della specie. I pulcini del pollo, del fagiano, dell’oca, della quaglia, ad esempio, divengono presto autosufficienti, anche se la madre li protegge nei primi periodi di vita e li aiuta a scegliere i cibi adatti e ad evitare i predatori. In altri casi, i pulcini necessitano di cure più lunghe prima di lasciare il nido.
Molte specie di Uccelli compiono tutto il loro ciclo vitale in ambienti diversi. Nel corso dell’anno, quando la disponibilità di cibo e il clima divengono poco favorevoli, essi migrano verso ambienti più adatti, dove trovano  nuove sorgenti di cibo e, spesso, posti idonei alla riproduzione. Queste migrazioni hanno da sempre affascinato l’uomo che le studia per scoprire come questi animali riescano ad orientarsi e, poi, a distanza di mesi, a ritrovare i luoghi di partenza.
Fino ad oggi sono state censite più di 9000 specie di Uccelli distribuiti in tutti gli ambienti del nostro Pianeta. Ma come si fa a stabilire che due Uccelli appartengono alla stessa specie? Ebbene, i metodi classici si basano sull’esame del maggior numero di caratteri esterni e anche comportamentali che, ovviamente, risulteranno molto simili in due individui della stessa specie. Esistono, però, anche metodi più moderni come lo studio del loro DNA che consente di stabilire in modo più attendibile somiglianze e differenze delle diverse specie.

Bibliografia:
BADINO G., MASUTTI L., LODI E., TORTONESE E., ANDREOLI R., TORCHIO M., BRUNO S., GUERRA M., CAGNOLARO L.,  2005. La Scienza. Il Regno Animale. Volume II, UTET Cultura, pp. 779.
BRICHETTI P., CAMBI D., 1981-82. Uccelli. Enciclopedia sistematica dell’avifauna italiana. Rizzoli, Milano, pp. 1440.
BRICHETTI P., DE FRANCESCHI P., BACCETTI N. (eds), 1992. Uccelli. Fauna d’Italia. Calderini, Bologna, pp. 964 pp.

Tommaso Allery De Maria, marchese di Monterosato (1841 - 1927)

Tommaso Allery Di Maria, marchese di Monterosato (1841 - 1927) da Laura Ryolo e Stefano Palazzi

Nacque a Palermo nel 1841 e vi morì nel 1927. Sostenuto negli studi naturalistici dalla famiglia, divenne studioso insigne della malacofauna del Mediterraneo. Si distinse tra gli specialisti italiani del settore e fu apprezzato dagli studiosi di  malacologia di tutto il mondo.
Data la sua ritrosia alla ricerca sul campo, raccolse un notevole quantitativo di campioni da studiare grazie alla collaborazione con altri studiosi. Alcuni reperti della sua preziosa collezione di conchiglie del Mediterraneo, oggi custodita presso il Museo Civico di Storia Naturale di Roma, fanno parte della Collezione Malacologica del Museo Zoologico.
Durante i suoi numerosi viaggi in Italia ed all’estero, tenne costanti contatti con i più famosi malacologi dell’epoca. La sua produzione scientifica fu di notevole importanza, in particolare descrisse numerose nuove specie, enumerò le conchiglie mediterranee e studiò i giacimenti fossili quaternari di Ficarazzi e del Monte Pellegrino.

Bibliografia:
BOTTE V., SCILLITANI G., 1999. Il Museo Zoologico, in I Musei Scientifici dell’Università di Napoli Federico II, a cura di Arturo Fratta, Fridericiana Editrice Universitaria, pp. 141-183, Napoli.
RYOLO L., PALAZZI S., 2008. Tommaso Di Maria, Marchese di Monterosato - Documenti inediti sulla Sua vita e sulla Sua opera. In press.

Testuggine raggiata (Geochelone radiata) Z389

Testuggine raggiata (Geochelone radiata) Z389

Hanno corpo rivestito da una corazza suddivisa in carapace dorsolaterale e piastrone ventrale, costituita da una componente ossea profonda saldata allo scheletro da placche cornee superficiali. Per difesa testa, zampe e coda possono essere retratte nella corazza. Le zampe, cilindriche e brevi, sono palmate nelle specie acquatiche o trasformate in pinne in quelle marine.
Sono ovipari. Caratteristica è la presenza di un dentino corneo, posto sulla punta del muso, che al termine dello sviluppo embrionale consente al piccolo di rompere il guscio e fuoriuscirne, scomparendo una volta assolta la sua funzione.
Possono essere carnivori o vegetariani.
Come testimoniano i primi fossili del gruppo, simili alle specie attuali, i Testudinati sono i Rettili meno evoluti. Attualmente sono note circa 250 specie diffuse sui continenti e nei mari caldi e temperati.
Nelle specie terrestri il movimento è tipicamente lento a causa del peso della corazza. Le specie acquatiche, invece, riescono a nuotare a velocità più sostenute, grazie ad un assottigliamento della corazza.
A questo ordine appartengono tartarughe e testuggini. Le tartarughe da sempre sono tra i Rettili quelli maggiormente apprezzati: già anticamente le corazze venivano utilizzate per realizzare scudi, mentre la carne e le uova venivano utilizzate come alimento. Questo sfruttamento insieme al crescente inquinamento ha portato a una notevole riduzione di questi animali.

Bibliografia:
BADINO G., MASUTTI L., LODI E., TORTONESE E., ANDREOLI R., TORCHIO M., BRUNO S., GUERRA M., CAGNOLARO L.,  2005. La Scienza. Il Regno Animale. Volume II, UTET Cultura, pp. 779.

Predatori essenzialmente notturni, gli strigiformi sono uccelli con corpo tozzo, capo voluminoso, ricoperti di penne particolarmente soffici e flessibili che consentono un volo silenzioso. Hanno becco adunco e zampe corte, con artigli aguzzi. Hanno grandi occhi frontali  che aiutano l’animale a individuare la preda, nonostante la scarsità di luce, e un collo molto flessibile che consente la rotazione della testa anche oltre i 180°. Gli occhi sono circondati da una sorta di disco di penne morbide e setose. Sono guidati da un udito molto sviluppato.
Non si riscontrano particolari differenze nei due sessi, ad eccezione della maggiore dimensione delle femmine rispetto ai maschi.
Solitari, utilizzano per la riproduzione nidi abbandonati o cavità di rocce e alberi. Entrambi i genitori effettuano cure parentali.
Si nutrono di piccoli Mammiferi, soprattutto Roditori, ingoiando le prede intere le cui parti indigeribili, come ossa, peli e penne, vengono rigurgitate in masse dette borre. Gli Strigiformi per le loro abitudini alimentari potrebbero sembrare parenti dei rapaci diurni, ma non lo sono.
Gli Strigiformi hanno un ruolo fondamentale, con i Falconiformi nel controllare le popolazioni di Roditori.
Le centoquaranta specie esistenti sono suddivise nelle famiglie degli Strigidi e dei Titionidi (i barbagianni). Vivono in tutto il mondo ed alcune specie si sono adattate agli ambienti urbani.
Nella tradizione popolare gli Strigiformi sono stati perseguitati come portatori di sventura. L’importanza che invece questi uccelli rivestono nell’ecosistema anche per l’uomo era nota già anticamente, tanto che ad esempio gli antichi Greci consideravano la civetta un animale sacro per la dea Atena (da qui il nome generico latino del genere e la raffigurazione dell’animale nelle monete ateniesi), dea della sapienza.
Degni di nota sono fra le specie di taglia più grande il gufo reale (Bubo bubo), raro in Italia, e la civetta delle nevi (Nyctea scandica), diffusa nelle regioni euroasiatiche settentrionali; fra le specie di medie dimensioni l’allocco (Stryx aluco), che è il più diffuso nel continente europeo, ed il barbagianni (Tyto alba), nidificante in Italia, che vanta uno degli areali più vasti di tutti gli uccelli viventi.

Civetta delle nevi Nyctea scandica

Civetta delle nevi (Nyctea scandica), Zoo di Modena Z 6150

Bibliografia:
BADINO G., MASUTTI L., LODI E., TORTONESE E., ANDREOLI R., TORCHIO M., BRUNO S., GUERRA M., CAGNOLARO L.,  2005. La Scienza. Il Regno Animale. Volume II, UTET Cultura, pp.779.

L’ordine degli Squamati include Rettili che presentano corpo rivestito di squame cornee, talvolta rinforzate da ossificazioni dermiche. Essi, inoltre, hanno una particolare struttura del cranio che consente notevole apertura delle fauci.
Negli Squamati, come negli Anfibi, si verifica il fenomeno della muta attraverso cui avviene il rinnovamento degli strati superficiali dell’epidermide. Questa può essere eliminata tutta insieme, formando la cosiddetta esùvia, o a lembi.
Si accrescono per un periodo limitato della vita, contrariamente a quanto accade nei coccodrilli e nelle tartarughe.
Gli Squamati sono un gruppo in espansione, adattato a molteplici habitat. Comprendono circa 6500 specie terrestri, marine o di acqua dolce, diffuse su tutti i continenti (eccetto l’Antartide). Si distinguono Sauri ed Ofidi o Serpenti.
I Sauri sono gli squamati più antichi e primitivi, evolutisi, probabilmente, fin dagli inizi del Mesozoico (225-65 milioni di anni fa circa). Privi dell’arcata inferiore temporale del cranio, hanno apparato mascellare molto flessibile che permette loro di catturare e ingerire prede di considerevoli dimensioni. In genere posseggono quattro arti, salvo alcune specie in cui sono ridotti o perduti del tutto.
Gli Ofidi o serpenti si sono evoluti durante il Cretaceo (135-65 milioni di anni fa circa), differenziandosi dai Sauri soprattutto per quel che riguarda l’alimentazione, la locomozione e gli organi di senso. Del tutto privi dell’arcata ossea che circonda l’apertura temporale, i serpenti hanno mascelle straordinariamente flessibili che consentono l’ingestione di prede di dimensioni eccezionali. La lingua costituisce per loro un importante organo di senso supplementare. Biforcuta e sensibilissima, la lingua viene estroflessa fuori dalla bocca e ritratta insieme alle particelle rimaste sulla sua superficie; queste dalla bocca passano alla cavità nasale consentendo la percezione degli odori.

Modello in cera di marasso (Vipera berus) Z6317

Modello in cera di marasso (Vipera berus) Z6317

Pitone di Seba (Python sebae) Z2404

Pitone di Seba (Python sebae) Z2404. Foto di Riccardo Giordano

Bibliografia:
BADINO G., MASUTTI L., LODI E., TORTONESE E., ANDREOLI R., TORCHIO M., BRUNO S., GUERRA M., CAGNOLARO L.,  2005. La Scienza. Il Regno Animale. Volume II, UTET Cultura, pp. 779.

L’oviparità, insieme alla ovoviviparità e alla viviparità, è una delle strategie riproduttive che i Vertebrati hanno evoluto per la cura e la tutela dell’embrione.
I Pesci, come gli altri Vertebrati ovipari (Anfibi, Rettili, Uccelli e Mammiferi Monotremi), depongono le uova nell’ambiente esterno e gli embrioni si sviluppano al di fuori del corpo materno.
In Pesci ed Anfibi, l’embrione va incontro ad uno sviluppo molto rapido, trasformandosi precocemente in una forma giovanile o una larva capace di nutrirsi autonomamente. Le uova, pertanto, sono piccole ed accumulano un materiale di riserva relativamente scarso per lo sviluppo dell’embrione.
In Rettili ed Uccelli, l’embrione si sviluppa molto lentamente in un giovane individuo, in molti casi, senza passare attraverso lo stadio larvale. In questi organismi, l’uovo è di notevoli dimensioni, in quanto immagazzina grandi quantità di sostanze di riserva, nutrimento del futuro embrione.
I Vertebrati ovovivipari trattengono le uova fecondate nel corpo materno e gli embrioni si nutrono delle riserve contenute nell’uovo. Il corpo della madre ha, quindi, solo funzione protettiva per l’embrione. Al termine dello sviluppo, le madri emettono piccoli completamente formati e i frammenti degli involucri ovulari.
Nei Vertebrati vivipari, l’uovo fecondato si impianta nell’utero, da cui l’embrione riceve il nutrimento necessario per lo sviluppo. Gli organismi vivipari più specializzati sono i Mammiferi; tra essi, nei Marsupiali la capacità del corpo materno di fornire nutrimento all’embrione è ancora piuttosto limitata: gli embrioni restano per un breve periodo nelle vie genitali femminili ed i piccoli vengono partoriti precocemente, completando lo sviluppo nel marsupio, una tasca situata sul ventre della madre, dove si nutrono del latte emesso da un capezzolo e secreto dalla ghiandole mammarie. Nei Mammiferi Placentati, gli embrioni si sviluppano completamente nell’utero, ricavando il nutrimento dall’apporto di sangue che la madre garantisce loro tramite un organo specializzato, la placenta.

Bibliografia:
SOLOMON E.P., BERG L.R., MARTIN VILLEE D.W., 2005. Biologia: gli animali e la vita. Riproduzione e differenziamento. Edises, pp. 370.

Ogni specie ha una precisa diffusione geografica, chiamata areale, nella quale essa si è originata ed evoluta. Una specie, animale o vegetale, viene definita autoctona (dal greco auto=medesimo e chthon=terra) quando essa ha avuto origine nel medesimo areale in cui al momento vive, risultando così indissolubilmente legata al suo territorio. Al contrario una specie viene indicata come alloctona (dal greco allo=diverso  e chthon=terra) quando non è originaria di quella zona, ma si è adattata all’ambiente nel quale si trova.

Bibliografia:
LANCIANI G., 2008. Ecologia generale ed evolutiva. Con introduzione alla biodiversità. Ed. Universitaria, pp. 520.

In biogeografia e sistematica vengono definite specie simpatriche due o più specie che occupano una medesima area geografica o che presentano almeno una parziale sovrapposizione dell’areale. Al contrario sono specie allopatriche due o più specie che occupano aree completamente separate e che non presentano alcuna sovrapposizione di areale. Quando le specie presentano una parziale e marginale sovrapposizione degli areali si parla di specie parapatriche. Simpatria e allopatria rappresentano elementi importanti per valutare se popolazioni limitatamente diversificate rappresentino specie distinte o entità sottospecifiche potenzialmente interfeconde.

Bibliografia:
LANCIANI G., 2008. Ecologia generale ed evolutiva. Con introduzione alla biodiversità. Ed. Universitaria, pp. 520.
MAYR E., 1970. L’evoluzione delle specie animali. G. Einaudi ed.,voll.I-II, pp. 833.
WEISZ P.B., 1981. Zoologia. Zanichelli, Bologna, pp. 354.

Con il termine simbiosi (dal greco sun e bios cioè vita insieme) si indica la relazione che si instaura tra due individui di specie differenti, tesa ad un beneficio reciproco o di uno almeno dei partner senza che l’altro ne riceva danno.
La simbiosi è estremamente diffusa tra gli organismi viventi e si può verificare tra organismi appartenenti a tutti i regni dei viventi (Monera, Protista, Fungi, Plantae e Animalia).
Nel rapporto di simbiosi viene indicato come ospite il partner più grande e come simbionte quello più piccolo.
La simbiosi può essere ciclica, quando il simbionte viene acquisito ad ogni generazione dall’ospite e quindi i partner hanno vita autonoma, e permanente quando il simbionte vive esclusivamente in associazione con l’ospite.
Studi paleontologici hanno evidenziato che relazioni simbiontiche simili a quelle attuali esistevano anche in ere geologiche precedenti.
Recenti indagini sostengono l’ipotesi che la simbiosi abbia potuto rappresentare un’importante componente dell’evoluzione.
Bibliografia:
WEISZ P.B., 1981. Zoologia. Zanichelli, Bologna, pp. 354.
SELOSSE M.A., 2000. La symbiose: structures et fonctions, rôle écologique et évolutif. Vuibert, Paris, pp. 154.

Coccodrilli del Nilo (Crocodilus niloticus) Z953-954

Coccodrilli del Nilo (Crocodilus niloticus) Z953-954. Foto di Riccardo Giordano

I Rettili sono i primi Vertebrati pecilotermi che hanno colonizzato la terra ferma grazie alla presenza di una spessa pelle, dotata di squame cornee, che li protegge dalla disidratazione e di un uovo amniotico in grado di svilupparsi anche lontano dall’acqua. Gli arti, originariamente adattati alla deambulazione, nelle tartarughe vengono trasformati in pinne e in molti Squamati sono ridotti o del tutto assenti.
Hanno sessi separati e la fecondazione è interna. Possono essere ovipari, ovovivipari e vivipari ed hanno sviluppo diretto.
Generalmente i Rettili sono carnivori e quasi tutti hanno denti sostituiti in alcuni casi (Testudinati) da un becco corneo tagliente (ranfoteca) o in altri casi collegati a ghiandole salivari modificate per la secrezione di veleno (Squamati).
I Rettili sono comparsi nel carbonifero inferiore (circa 350 milioni di anni fa) ed hanno avuto origine da antenati Anfibi. Rapidamente si diffusero nei più vari ambienti terrestri e, alcuni, anche in ambienti acquatici. Nel Mesozoico (tra 245 e 65 milioni di anni fa) ebbero grande sviluppo (erano dei Rettili giganti), ma alla fine dell’era la maggior parte di essi si estinse lasciando il dominio a Uccelli e Mammiferi. Fin dalle origini i Rettili si separarono in tre linee evolutive principali che hanno portato, rispettivamente, ai Testudinati, ai Mammiferi ed a Squamati, Coccodrilli e Uccelli.
Attualmente sopravvivono quattro ordini: i Testudinati (tartarughe), i Coccodrilli, gli Sfenodonti (tuatara) e gli Squamati (lucertole e serpenti), con circa 6000 specie diffuse prevalentemente nelle regioni calde e temperate.
Bibliografia:
ARNOLD E.N., BURTON J.A., 1985. Guida dei rettili e degli Anfibi d’Europa. Franco Muzzio editore, Padova, 244 pp.
BADINO G., MASUTTI L., LODI E., TORTONESE E., ANDREOLI R., TORCHIO M., BRUNO S., GUERRA M., CAGNOLARO L.,  2005. La Scienza. Il Regno Animale. Volume II, UTET Cultura, pp. 779.

Cranio di foca (Cystophoras cristata) Z537

Cranio di foca (Cystophoras cristata) Z537

I Pìnnipedi sono Carnivori adattati all’ambiente acquatico con corpo fusiforme rivestito da uno spesso strato adiposo sottocutaneo che assicura l’isolamento termico e favorisce il galleggiamento. Il corpo è ricoperto da una fitta pelliccia con pelo corto. La testa è piccola, leggermente appiattita ed ha muso breve. Gli arti sono corti e grazie ad una larga plica interdigitale ed un pollice notevolmente allungato sono trasformati in pinne che consentono un nuoto efficiente e veloce.
I Pìnnipedi sono suddivisi nelle famiglie degli Otaridi (otarie), Odobenidi (trichechi) e Focidi (foche ed elefanti marini) che comprendono trentaquattro specie distribuite nelle regioni costiere delle zone temperate ma particolarmente abbondanti nei mari polari.
Tra i Pìnnipedi, le foche usano per il nuoto le pinne posteriori e, per muoversi a terra, solo le anteriori; le otarie, invece, nuotano principalmente con le pinne anteriori e si poggiano a terra su tutti gli arti. I trichechi, infine, sono abbastanza efficienti a terra mentre lo sono meno in acqua.
Possiedono ottima vista. I padiglioni auricolari, ridotti nelle otarie e assenti in foche e trichechi, possono essere chiusi durante l’immersione. L’apparato respiratorio consente di immergersi per lunghi periodi in apnea sino a profondità elevate.
I Pìnnipedi si nutrono prevalentemente di pesci; infatti la loro dentatura mostra un diverso grado di riduzione e una tendenza a formare denti uguali più adatti a trattenere questo tipo di prede.
Hanno costumi gregari.
I dati paleontologici indicano per i Pìnnipedi una duplice origine: i Focidi, comparsi nel Miocene medio (circa 15 milioni di anni fa) nel versante atlantico del Nord America, probabilmente derivano dagli stessi antenati degli odierni Mustelidi. Gli Otarioidei, invece, si sono originati nel Miocene inferiore (circa 22 milioni di anni fa) nel versante pacifico del Nord America, da Carnivori terrestri affini agli Ursidi.

Biblografia:
BADINO G., MASUTTI L., LODI E., TORTONESE E., ANDREOLI R., TORCHIO M., BRUNO S., GUERRA M., CAGNOLARO L.,  2005. La Scienza. Il Regno Animale. Volume II, UTET Cultura, pp. 779.

Cuore di squalo (Carcharodon carcharias) Z1244

Cuore di squalo (Carcharodon carcharias) Z1244

I Pesci Cartilaginei, o Condritti, sono così definiti perché hanno uno scheletro cartilagineo, ricco di sali calcarei che gli conferiscono una notevole consistenza. In molte specie, la pelle è fornita di scaglie (cosiddette “placoidi”) simili a dentelli, mentre in altre le scaglie possono essere assenti o organizzate in placche con aculei. La bocca è posta, generalmente, in posizione ventrale; le mascelle sono ben sviluppate e indipendenti dal cranio, al quale sono “sospese” in vario modo. I denti si rigenerano sempre e sono più o meno grandi; essi servono, oltre che a trattenere la preda, a tagliarla ed a triturarne le parti dure. Le branchie si aprono all’esterno attraverso cinque (eccezionalmente sei o sette) fessure branchiali oltre ad una piccola apertura anteriore, lo spiracolo, situata dietro l’occhio. La coda è fornita di due lobi, uno superiore e uno inferiore; nel lobo superiore si spinge la parte terminale della colonna vertebrale.
I Condritti attuali sono suddivisi nelle sottoclassi degli Elasmobranchi e degli Olocèfali, diffusi nei mari di tutto il mondo.
Gli Elasmobranchi comprendono Squaloidei, Galeoidei e Rajioidei (detti anche Batoidei), tutti rappresentati nel Mediterraneo. Gli Squaloidei ed i Galeoidei, comunemente detti squali, sono buoni nuotatori con corpo affusolato caratterizzato da una o due pinne impari dorsali e una pinna anale; la coda termina con un’ampia pinna asimmetrica, con lobo dorsale molto espanso. La dieta degli squali è varia e spazia dal plancton filtrato ad altri animali anche di notevoli dimensioni.
I Rajioidei hanno corpo depresso, con fessure branchiali ventrali; vivono sul fondo, mimetizzandosi con l’ambiente circostante e catturano le prede che si avvicinano. Le torpedini stordiscono la preda con scariche elettriche emesse da particolari organi, risultati da elementi muscolari modificati.
Gli Olocèfali comprendono le cosiddette chimere che hanno denti trasformati in piastre e triturano le conchiglie di Molluschi ed Echinodermi dei quali si nutrono. Le branchie sono coperte da un opercolo membranoso per cui le fessure branchiali non sono visibili all’esterno; la prima pinna dorsale reca un aculeo velenifero e quella caudale è allungata e pisciforme.
Tutti i Condritti hanno, tipicamente, intestino breve, anche se la sua superficie di assorbimento è ampliata da una plica disposta a spirale (valvola spirale). L’olfatto è sviluppato, in particolar modo negli squali.
La fecondazione generalmente è interna: il maschio è dotato di due organi copulatori, i gonopodi, formati da parti modificate delle pinne pari posteriori, per il trasferimento degli spermi negli ovidutti delle femmine. Molte specie sono vivipare con un contributo materno allo sviluppo degli embrioni. Nelle specie ovipare ogni uovo è contenuto in un guscio munito di filamenti con cui viene fissato alla vegetazione sommersa. Lo sviluppo è diretto, il piccolo è cioè morfologicamente simile all’adulto.
I Condritti hanno un’origine antichissima: apparvero sulla Terra nel Devoniano Inferiore, più di 400 milioni di anni fa, con i Cladodonti dai quali si svilupparono una grande varietà di forme e rappresentano i più primitivi fra i pesci oggi viventi.

Bibliografia:
HAMLETT W.C., 2005. Reproductive Biology and Phylogeny of Chondrichthyes: Sharks, batoids and chimaeras. Science Publishers, Enfield, NH, USA, pp. 576.

Paolo Panceri (1833 - 1877)

Paolo Panceri (1833 - 1877) da Gasco, 1878

Nacque a Milano il 23 agosto 1833 e morì a Napoli l’11 gennaio 1877. Nel 1856 si laureò in Medicina a Pavia e fu nominato assistente alla cattedra di Zoologia e di Mineralogia di quella Università. Nel 1861 ricevette la cattedra di Anatomia Comparata dapprima a Pavia, poi a Bologna ed infine a Napoli, dove fu nominato direttore del Gabinetto di Anatomia Comparata. In pochi anni il Panceri rese insigne il nuovo Museo grazie all’acquisizione di numerosi preparati. Spinto anche da motivi di salute, effettuò nel 1872 e nel 1873 due spedizioni in Egitto, la prima insieme al suo assistente Gasco, la seconda con Achille Costa ed Emilio Cornalia. Morì a soli 43 anni, a causa di una grave polmonite.
Appassionato naturalista, il Panceri si occupò di anatomia, studiò numerosi invertebrati e effettuò indagini sulla biologia della riproduzione degli Anfibi.

Bibliografia:
BOTTE V., SCILLITANI G., 1999 Il Museo Zoologico, in I Musei Scientifici dell’Università di Napoli Federico II, a cura di Arturo Fratta, Fridericiana Editrice Universitaria, pp. 141-183, Napoli.
CORNALIA E., 1877. Commemorazione del Prof. Paolo Panceri. Rc. Ist. lomb. Sci. Lett., 10, 15, 1-47.
MAIO N., PICARIELLO O., SCILLITANI G., 1995. Storia e vicissitudini del Museo Zoologico dell’Università di Napoli Federico II. Museologia Scientifica, XII, 3-4, pp. 189-225.

Vetrina Osteiti

Vetrina Osteitti. Foto di Riccardo Giordano

I pesci ossei, o Osteitti, costituiscono la classe di Vertebrati acquatici attualmente più diffusi ed adattati agli ambienti acquatici della terra, di dimensioni da pochi millimetri a diversi metri.
Sono caratterizzati da scheletro ossificato e corpo rivestito da scaglie ossee di origine dermica, che si presentano come placche ampie e spesse nei gruppi più primitivi e come sottili laminette sovrapposte in quelli più recenti (Teleostei). Le scaglie sono permanenti e aumentano di superficie all’accrescersi dell’animale, formando tipici anelli dal cui numero si può stimare l’età. Nei Pesci ossei sono presenti una o due pinne dorsali ed una anale; le pinne sono formate da una membrana sostenuta da raggi ossei, rigidi o flessibili. Nei gruppi più primitivi i due lobi della coda hanno lunghezza differente (pinna eterocerca), mentre nella maggior parte delle specie i due lobi della pinna hanno lunghezza simile (pinna omocerca). Tipica dei pesci ossei è la vescica natatoria, una sorta di sacco ripieno di gas (essenzialmente azoto, anidride carbonica e ossigeno), che  consente al pesce di adattare il proprio peso specifico a quello dell’acqua, in modo da regolare il galleggiamento al variare della profondità. In alcune specie, la vescica natatoria si è trasformata in un sacco polmonare, che consente la respirazione aerea in aggiunta alla respirazione branchiale, in modo da permettere la sopravvivenza  anche in ambienti soggetti a siccità temporanee. Nei pesci le branchie sono gli organi deputati alla respirazione; sorrette da archi branchiali cartilaginei o ossei sono protette da una struttura ossea mobile, detta opercolo.
I  pesci ossei sono muniti di mascelle sviluppate e articolate al cranio, con denti. Hanno occhi ben sviluppati, non protetti da palpebre. Il cuore è biloculare con atrio ventricolo, seno venoso e cono arterioso: in esso scorre solo sangue venoso. I reni sono mesonefrici ed eliminano ammoniaca nelle forme larvali, ossido di trimetilammina negli adulti.
Sono pecilotermi e alcune specie di grande taglia possono aumentare la temperatura grazie ad un’attività muscolare molto intensa.
Sono a sessi separati, in alcuni casi ermafroditi successivi. Di solito sono ovipari con gonadi pari (dotate di gonodotti), uova telolecitiche e fecondazione esterna.
Comparsi nel Siluriano superiore (circa 420 milioni di anni fa), i Pesci ossei si distinsero presto in due linee evolutive: Attinopterigi e Sarcopterigi.
Tra gli Attinopetrigi, i Teleostei hanno biologia ed ecologia estremamente varie. Molte specie marine nectoniche (tonni, sardine) sono spesso gregarie, e compiono estese migrazioni a scopi alimentari e riproduttivi. Le specie marine bentoniche (cernie, murene) vivono in prossimità del fondo e nuotano lentamente, usando di frequente le pinne pari per la locomozione; i Pleuronettiformi (rombi, sogliole) sono appiattiti e si mimetizzano sul fondo, assumendone il colore e giacendo sempre su un fianco (questo determina lo spostamento di un occhio accanto all’altro sul lato opposto). Numerose specie vivono nelle acque dolci.
Molti Sarcopterigi erano forniti di sacchi polmonari, molto vantaggiosi per la sopravvivenza nelle acque dolci del Paleozoico soggette a lunghi periodi di siccità. I Dipnoi attuali vivono in acque interne tropicali poco profonde, dove spesso l’ossigeno scarseggia. Analogamente le specie africane e sudamericane nella stagione arida sopravvivono, restando nel fango e respirando grazie ai sacchi polmonari fino alla stagione delle piogge.
Molte specie di Attinopterigi sono ovipare, hanno fecondazione esterna e sviluppo indiretto, con una fase larvale. Producono moltissime uova, anche 30 milioni in una sola stagione riproduttiva. Nelle specie vivipare la fecondazione è interna e lo sviluppo è diretto. La maggior parte delle specie non effettua cure parentali, ma vi sono casi in cui le uova vengono sorvegliate o incubate in una tasca ventrale del maschio (cavalluccio marino o ippocampo).
Alcune specie, come salmoni e anguille, compiono migrazioni anche molto lunghe tra il mare e le acque dolci per riprodursi. Le anguille si riproducono in mare e le loro larve si portano nelle acque dolci (specie catadrome); i salmoni, al contrario, vivono in acque marine e ritornano nei fiumi per riprodursi (specie anadrome).
Gli Attinopterigi comprendono i Condrostei attualmente rappresentati da Polipteri, Storioni e pesci spatola, ed i Neopterigi. Gli storioni, specie dalla carne pregiata e dalle uova molto ricercate (caviale) rischiano l’estinzione.
I Neopterigi comprendono Olostei e Teleostei. Dei primi sopravvivono tuttora nelle acque dolci dell’America centrosettentrionale e a Cuba, i Lepisosteiformi (pesci dal becco) e gli Amiiformi (Amia calva).
I Teleostei rappresentano oggi il gruppo di Vertebrati maggiormente diversificato, con circa 21.000 specie. Questo successo dipende da vari fattori, quali l’ampia versatilità alimentare, la varietà delle tecniche di nuoto e l’elevato potenziale riproduttivo.

Bibliografia:
CARTER S., GREENHALGH M., 2003. Riconoscere i pesci d’acqua dolce d’Italia e d’Europa, Muzzio Ed., pp 212.
POUGH F.H., HEISER J.B., MCFARLAND W.N., 1993. Biologia evolutiva e comparata dei vertebrati. Casa Editrice Ambrosiana, Milano, 935 pp.

Puzzola (Mustela putorius) Z3638

Puzzola (Mustela putorius) Z3638

I Mustèlidi rappresentano una famiglia di Carnivori molto vasta, che conserva l’aspetto degli antenati di questo ordine di Mammiferi. Comprende settantasette specie diffuse in tutto il mondo, eccetto che in Australia, maggiormente presenti in Europa.
Plantigradi o digitigradi di taglia medio-piccola, presentano corpo allungato, arti corti ed una folta pelliccia, che ha reso molte specie di Mustèlidi come martore, lontre, ermellini e visoni oggetto di caccia ed allevamento. La maggior parte di essi ha una colorazione marrone sul dorso e bianca sul ventre; quelli che vivono nelle regioni settentrionali nei mesi più freddi diventano completamente bianchi, mimetizzandosi sulla neve, in modo da ingannare i predatori. Hanno ghiandole anali dal secreto sgradevole, utilizzato per marcare il territorio o per difesa. Molto nota tra i Mustèlidi per questa caratteristica è la puzzola, che se si trova in pericolo emette un liquido nauseabondo.
Ecologia ed alimentazione delle diverse specie di Mustelidi sono diversificate: alcuni tra cui la donnola e la faina sono adattati a molteplici ambienti, compresi quelli urbani; altri sono terricoli e arboricoli come la martora o semiacquatici come il visone e la lontra.
Generalmente sono notturni e solitari.

Martora (Martes martes) Z3639

Martora (Martes martes) Z3639

Bibliografia:
BADINO G., MASUTTI L., LODI E., TORTONESE E., ANDREOLI R., TORCHIO M., BRUNO S., GUERRA M., CAGNOLARO L.,  2005. La Scienza. Il Regno Animale. Volume II, UTET Cultura, pp.779.
CORBET G.B, HILL J.E., 1980. World list of mammalian species London, British Museum, pp. 234.

Janthina janthina Z2003

Janthina janthina Z2003

Il phylum dei Molluschi è uno dei più ampi raggruppamenti del Regno Animale, con forme molto diverse tra loro.
I Molluschi posseggono un corpo molle (donde il nome) in cui si possono riconoscere le seguenti parti: un capo, dotato di occhi semplici, di tentacoli sensoriali e di una cavità orale fornita di una sorta di lingua munita di dentelli, detta radula, atta a grattare il substrato alimentare; un piede muscolare ventrale, con funzione locomotoria strisciante o di organo scavatore; un sacco dei visceri dorsale, contenente la cavità celomatica e vari organi interni, tra cui il cuore, lo stomaco, gli organi escretori  (nefridi) e le gonadi. Il sacco dei visceri è ricoperto da un mantello che è generato dal tegumento e delimita dorsalmente una cavità, la cavità palleale, in cui sporgono le branchie o ctenidi, organi della respirazione. Il mantello secerne una struttura protettiva, generalmente esterna, la conchiglia, di natura calcarea e di forma molto variabile.
Il sistema nervoso è di solito organizzato in coppie di gangli, distribuite nelle differenti parti del corpo e collegate tra loro. Nelle forme primitive (Anfineuri), il sistema nervoso è costituito da un anello perifaringeo, da cui si dipartono quattro cordoni nervosi, due ventrali, che innervano il piede e due dorsali, che innervano la massa viscerale e il mantello.
Le differenti classi di Molluschi si diversificano per l’organizzazione degli organi interni, della conchiglia e della superficie del corpo.

Chitone Chiton olivaceus Z1853

Chitone Chiton olivaceus Z1853

Generalmente sono a sessi separati ma, in taluni casi, ermafroditi. La fecondazione può essere esterna o interna. Nella fecondazione esterna, le femmine depongono le uova, generalmente provviste di guscio e riunite in gruppi racchiusi in capsule, nell’acqua ambiente dove vengono fecondate dagli spermi rilasciati dai maschi. Nella fecondazione interna il maschio, mediante un organo copulatore, introduce gli spermi nelle vie genitali femminili nella cavità palliale in cui sboccano gli ovidutti. Le uova fecondate vengono poi deposte nell’acqua, talvolta dopo un breve tempo di incubazione nelle vie genitali. Dall’uovo fecondato fuoriesce una larva libera, la pseudotrocofora, che si nutre delle sostanze di riserva presenti nell’uovo (larva lecitotrofica) o di plancton (larva planctotrofica). Nella maggior parte delle classi la pseudotrocofora si sviluppa in una larva natante più differenziata, il veliger, con piede, mantello, conchiglia larvale e un organo natatorio detto velum, che consente movimento ed alimentazione. Al termine della vita larvale si verifica la metamorfosi, grazie alla quale l’animale evolve in adulto. Le due forme larvali descritte sono tipiche dei Molluschi marini, mentre sono assenti nelle specie terrestri e in molte di acqua dolce.
Dotati di notevolissima plasticità ecologica, che ha favorito una spettacolare radiazione adattativa, con correlata, alta diversificazione morfologica, i Molluschi sono distribuiti in tutto il mondo. Il 70%  di essi sono marini, i rimanenti d’acqua dolce e terrestri.
Si conoscono circa 140.000 specie di Molluschi viventi, suddivise in sette classi: Aplacophora, Monoplacophora, Polyplacophora, Gastropoda, Scaphopoda, Bivalvia e Cephalopoda.
Il phylum ha una lunga storia evolutiva, con forme che risalgono alla transizione Precambriano-Cambriano (oltre 600 milioni di anni fa).

Bibliografia:
BACCETTI B., BALDACCINI N.E., BEDINI C., BRANDMAYR P., CAPANNA E., CHIEFFI G., COBOLLI M., FERRAGUTI M., GHIRARDELLI E., GHIRETTI F., GIUSTI F., GRIGOLO A., MAINARDI D., MINELLI A., PAPI F., PARRINELLO N., RICCI N., RUFFO S., SARÀ M., SCALI V., ZULLINI A., 1995. Trattato italiano di Zoologia, vol. 2, Ed. Zanichelli, Bologna, pp. 578.
NEGRA O., ZOBELE LIPPARINI G., 2005. I molluschi e le loro conchiglie. Guida al riconoscimento. Franco Muzzio Editore, pp. 350 .
RUPPERT E.E., BARNERS R.D., FOX R.S., 2006. Zoologia degli Invertebrati. Piccin, pp. 1120.

Mario Schettino (1884 - 1938)

Mario Schettino (1884 - 1938), da ritratto nel Museo Zoologico

Mario Schettino nacque a Napoli nel 1884 e morì nel 1938. Chirurgo pediatra e docente di clinica ortopedica presso l’Università di Napoli, fu un grande appassionato di ornitologia, oltre che un abile cacciatore. La passione lo spinse a divenire curatore volontario della collezione ornitologica del Museo Zoologico sotto la direzione di Francesco Saverio Monticelli. Esperto tassidermista, preparò personalmente tutti gli esemplari della sua prestigiosa Collezione ornitologica, una delle raccolte più belle d’Italia per numero di specie, qualità di preparazione e stato di conservazione degli esemplari. Realizzata tra il 1901 ed il 1937 e donata nel 1937 al Museo Zoologico era costituita da Uccelli della fauna italiana, molti dei quali rari o accidentali per le località in cui sono stati raccolti. A causa di varie traversie, in particolare eventi bellici, l’odierno numero di campioni della vasta Collezione Schettino è inferiore alla metà di quello originario.

Bibliografia:
BOTTE V., SCILLITANI G., 1999 Il Museo Zoologico, in I Musei Scientifici dell’Università di Napoli Federico II, a cura di Arturo Fratta, Fridericiana Editrice Universitaria, pp. 141-183, Napoli.

Ornitorinco (Ornithorhynchus anatinus ) Z335

Ornitorinco (Ornithorhynchus anatinus), Australia, Z335. Foto di Antonio Pietro Ariani

La classe dei Mammiferi comprende Vertebrati Tetrapodi i cui caratteri distintivi includono: pelle munita di peli, disposizione parasaggittale degli arti, due condili occipitali, sviluppo di mammelle che nella femmina servono all’allattamento della prole, temperatura corporea indipendente dalle variazioni ambientali (endotermi), tranne che nei Monotremi. Sono vivipari con sviluppo completo dell’embrione nel tratto uterino delle vie genitali femminili, ove questo è racchiuso in un sacco amniotico; eccezionalmente (Monotremi) ovipari.
I Mammiferi si sono originati nel Triassico (da 225 a 190 milioni di anni fa) da un gruppo di Rettili, i Terapsidi.
Tra i gruppi attuali, i primi a differenziarsi sembra siano stati i Monotremi, eccezionalmente primitivi, conosciuti solo a partire dal Cretaceo inferiore (circa 120 milioni di anni fa) in Australia. Alla stessa epoca sembrano risalire i Marsupiali e i Placentati. Dopo l’estinzione di massa del Cretaceo (65,7 milioni di anni fa), che coinvolse i Dinosauri, i Mammiferi diedero luogo, per un fenomeno di radiazione adattativa, ad una rapida diversificazione di forme e dimensioni, anche se per tutto il Paleocene i piccoli mammiferi continuarono a dominare la scena. Nel corso dei successivi milioni di anni si sviluppò un gran numero di mammiferi primitivi, che non hanno corrispondenti nella fauna attuale. Queste forme primitive si estinsero lasciando il posto ai primi rappresentanti degli ordini attuali che si sono diffusi principalmente nell’ambiente terrestre (Artiodattili, Primati, Carnivori, Roditori, Perissiodattili), ma sono riusciti a colonizzare con successo anche l’ambiente acquatico (Pinnipedi, Sirenidi e Cetacei) ed aereo (Chirotteri).
I Mammiferi sono stati distinti nelle sottoclassi dei Prototheri (Monotremi: echidna e ornitorinco , mammiferi che depongono uova) e Theri (mammiferi che partoriscono prole viva), a sua volta suddivisa nella infraclasse dei Metatheri (Marsupiali) ed Eutheri (Placentati) (Simpson nel 1945).
Recenti indagini molecolari evidenziano diverse relazioni di parentela fra le varie famiglie di Mammiferi, che tuttavia non sono ancora confermate da ritrovamenti fossili.

Wallabi dall’unghia lunata (Onychogalea lunata) Z362

Wallaby dall’unghia lunata (Onychogalea lunata), Australia, Z362

Bibliografia:
WILDMAN DE, UDDIN M, OPAZO JC, LIU G, LEFORT V, GUINDON S, GASCUEL O, GROSSMAN LI, ROMERO R, GOODMAN M., 2007. Genomics, biogeography, and the diversification of placental mammals. Proc. Natl. Acad. Sci. U S A., 104, pp.14400.

WILSON D.E., REEDER D.M., 2005. Mammal Species of the World. A Taxonomic and Geographic Reference. 3a edizione. Johns Hopkins, University Press pp. 2142.

Riccio (Erinaceus europaeus) Z6206

Riccio comune (Erinaceus europaeus) Campania, Z6206

Gli Insettivori sono un ordine di Mammiferi con ampia distribuzione, così denominato in quanto le specie che vi appartengono si nutrono essenzialmente di Insetti; talora la loro dieta è carnivora e comprende piccoli Vertebrati. Animali di piccole dimensioni e caratteri primitivi, hanno muso aguzzo (in alcuni casi con una proboscide terminale), denti provvisti di radici, occhi piccoli, zampe piuttosto corte con cinque dita munite di unghie più o meno sviluppate. Molti sono plantigradi, altri semiplantigradi. Hanno il senso dell’odorato fortemente sviluppato, come pure il tatto e l’udito; la vista, invece, è ridotta.
Gli Insettivori hanno abitudini notturne, con vita terrestre sotterranea o, in alcuni casi, acquatica.
La classificazione degli Insettivori è ancora controversa. Studi molecolari hanno proposto un’origine polifiletica per le famiglie che appartengono agli Insettivori.
Una recente classificazione attribuisce le famiglie a tre ordini: Afrosoricida, Erinaceomorpha e Soricomorpha.
Tra le 16 specie di Insettivori presenti in Italia e suddivise nelle famiglie Soricidae, Erinaceidae e Talpidae, ben conosciuti sono il riccio comune (Erinaceus europaeus) e la talpa comune (Talpa europea).
Bibliografia:
BADINO G., MASUTTI L., LODI E., TORTONESE E., ANDREOLI R., TORCHIO M., BRUNO S., GUERRA M., CAGNOLARO L., 2005. La Scienza. Il Regno Animale. Volume II, UTET Cultura, pp.779.

Aquila del Bonelli (Hieraetus fasciatus) Z4710

Aquila del Bonelli (Hieraetus fasciatus) Z4710

Gli Uccelli sono Vertebrati che possiedono quale carattere distintivo la capacità di volare, sebbene alcune specie nel corso dell’evoluzione abbiano perso tale attitudine.
La conquista dell’ambiente aereo è stata possibile grazie ad alcune modificazioni del corpo acquisite nel corso dell’evoluzione:
1) gli arti anteriori, la cui pelle è munita di penne modificate per il volo, si sono trasformati in ali;
2) lo scheletro, costituito da ossa cave, è divenuto leggero e al tempo stesso resistente e flessibile.
Nell’arto anteriore mano e dita sono ridotte e la superficie alare risulta costituita da specifiche penne rigide di notevoli dimensioni, dette remiganti.
Importanti per il volo è anche un altro tipo di penne, quelle che rivestono la superficie della coda; esse prendono il nome di timoniere perché fungono proprio da timone durante il volo.
Le ali sono mosse, in modo peculiare, da voluminosi e potenti muscoli pettorali. Esse, così, trasferiscono al corpo la spinta necessaria al decollo e consentono le infinite acrobazie aeree di questi Vertebrati.
Un uccello per volare deve sviluppare una forza che controbilanci la resistenza che si oppone al suo movimento in avanti per la forza di gravità. E’ proprio il battito delle ali che produce questa forza e più grandi sono le ali meno velocemente l’animale dovrà batterle, dato che una superficie alare ampia conferisce maggiore potenza.
Le diverse specie di uccelli adottano vari stili di volo a seconda delle dimensioni e della forma delle ali, oltre che della distanza da coprire e della velocità necessaria.
Le ali possono essere piccole o grandi rispetto alle dimensioni del corpo e possedere, pertanto, un carico alare ridotto o elevato. Possono, inoltre, essere lunghe e appuntite, brevi e arrotondate, fortemente convesse o quasi piatte, ampie o strette, fessurate o prive di fessure.
Sulla base di queste importanti caratteristiche si distinguono quattro tipologie strutturali e funzionali di ali.
Le ali ellittiche, caratterizzate da modesto allungamento alare, sono molto convesse ed hanno le estremità delle primarie esterne separate da numerose fessure. Ciò fa si che le punte di queste penne possano ruotare tra loro, muovendosi un po’ come pale di un’elica. Uccelli che vivono nelle foreste, nei terreni boscosi, dove devono volare aggirando ostacoli hanno ali di questo tipo.
Le ali ad alta velocità presentano un allungamento alare moderatamente elevato, sono lievemente curvate e terminano con un’estremità appuntita, senza fessure. Durante il volo assumono una disposizione a forma di freccia. Tutti gli Uccelli con volo rapido, per un fenomeno di convergenza evolutiva, hanno questo tipo di ali.
Le ali ad elevato allungamento sono lunghe e strette, piatte e prive di fessure tra le primarie esterne. Queste sono le ali di grossi uccelli marini come le berte e gli albatri dotati di muscoli pettorali piuttosto piccoli rispetto alle notevoli dimensioni corporee così che decollano correndo, sfruttando un forte vento o lanciandosi da una quota elevata e planano in modo formidabile.
Le ali ad alta portanza, hanno un allungamento intermedio tra quello dell’ala ellittica e quello dell’ala ad elevato allungamento, una accentuata incurvatura e una marcata fessurazione tra le remiganti primarie. Tali caratteristiche conferiscono a queste ali un ridotto carico alare e una buona manovrabilità. Avvoltoi, aquile, cicogne ed altri grandi uccelli hanno questo tipo di ali.
Anche per il volo è possibile distinguere quattro modalità diverse di volare.
Quando un uccello si mantiene in volo battendo le ali si parla di volo battente. Esso consiste in un movimento rotatorio delle ali che va prima verso il basso e in avanti, poi verso l’alto e all’indietro, descrivendo un otto.
Quando l’uccello si lascia trasportare dal vento con le ali aperte ed immobili abbiamo il volo planato.
Quando l’animale, sempre con ali aperte ed immobili, sfrutta correnti ascenzionali grazie alle quali volteggia con un movimento a spirale si parla di volo librato.
Quando l’uccello rimane immobile in un punto, posizionando il corpo ad angolo e batte velocemente le ali abbiamo il volo stazionario.
Il volo battente è il più dispendioso da un punto di vista energetico, mentre il volo planato e quello librato sono tipi di volo che non richiedono all’animale molta energia.
In natura un esempio senza alcun dubbio spettacolare di tutti i tipi di volo viene dai Falconiformi.
Ottimi volatori, questi uccelli hanno ali di forma differente secondo il tipo di volo cui sono adattati e il tipo di preda che sono soliti cacciare.
Tra i falconidi il girfalco, il pellegrino, il lanario possiedono ali lunghe ed appuntite con una superficie ampia, piatta e priva di fessure. La coda è stretta e lunga e consente loro di equilibrarsi, frenare e voltarsi durante il volo.
E’ possibile veder planare questi uccelli maestosamente per ore, senza accennare il minimo battito d’ali. Raggiunte, così, quote elevate con una picchiata verticale rapidissima si calano ad ali chiuse per afferrare la preda, con velocità anche di 300 Km/ora.
Il gheppio, falco di piccole dimensioni, vola con rapide battute d’ala, ogni tanto scivola e frequentemente per periodi lunghi fa “lo spirito santo” contro vento. Durante la predazione utilizza anche il volo stazionario in quanto rimane immobile in un punto, posizionando il corpo ad angolo e battendo velocemente le ali, per poi scendere a picco sulla preda.
Tra i grandi accipitridi le aquile, gli avvoltoi e i condor hanno coda e ali larghe, caratterizzate da grande curvatura e da fessure alari tra le penne primarie.
In queste specie le ali sono altamente manovrabili ed impediscono lo stallo durante il volo.
Tra i piccoli accipitridi lo sparviere con le sue ali piccole e arrotondate sfreccia nell’aria, alternando numerosi rapidi battiti d’ala con una breve planata e talvolta volteggia.

Bibliografia:
BADINO G., MASUTTI L., LODI E., TORTONESE E., ANDREOLI R., TORCHIO M., BRUNO S., GUERRA M., CAGNOLARO L.,  2005. La Scienza. Il Regno Animale. Volume II, UTET Cultura, pp.779.
POUGH F.H., HEISER J.B., MCFARLAND W.N., 1993. Biologia evolutiva e comparata dei vertebrati. Casa Editrice Ambrosiana, Milano, 935 pp.

Il genotipo è il corredo genetico di un individuo, cioè l’insieme dei geni (unità funzionali) contenuti nel DNA e custoditi nel nucleo delle cellule. Ogni organismo eredita dai genitori il corredo genetico e possiede una specifica combinazione di geni, che in parte sono alla base della sua unicità. Ogni gene contribuisce in maniera diversa allo sviluppo e alla fisiologia dell’organismo e l’interazione dei prodotti genici è responsabile della formazione dell’intero organismo e di tutte le sue caratteristiche.
Negli organismi diploidi (dotati cioè di due coppie di ogni cromosoma), tra i quali è compreso l’uomo, se si considera un singolo carattere, il genotipo è la combinazione di alleli di quel gene. Se i due geni hanno lo stesso allele, l’individuo è omozigote; se invece i due geni portano diversi alleli l’individuo è eterozigote.
Il fenotipo, invece, è l’insieme dei caratteri che l’individuo manifesta e che dall’apparenza si possono osservare in maniera più o meno evidente. Il fenotipo dipende dal genotipo, ma anche dalle interazioni fra geni ed ambiente.
Nel corso del XIX secolo Gregor Mendel studiò il fenotipo di alcune piante di piselli e risalì al loro genotipo (linee pure, ibridi), gettando le basi  per la conoscenza dei complessi meccanismi dell’ereditarietà.

Bibliografia:
WATSON J., 2005. Biologia molecolare del gene, Zanichelli, pp. 720.

Danilia tinei Z1873

Danilia tinei, Collezione Malacologica Mediterranea, Capri, Z1873

Questa classe, la più ampia del phylum Mollusca, comprende specie molto diverse fra loro nell’aspetto e nei modi di vita. Il corpo è, generalmente, asimmetrico e di dimensioni variabili tra 0,1-50 cm. Il capo è ben differenziato, munito di occhi, di una o due coppie di tentacoli sensoriali e di una bocca dotata di radula. Il piede è ventrale, ben sviluppato e strisciante; in alcuni casi può essere assente, ridotto o modificato. Caratteristica di questa classe è la spiralizzazione e la torsione della massa dei visceri, che, durante lo sviluppo, ruota di 180° in senso antiorario rispetto al capo e al piede, e si avvolge a spirale. Ciò porta in avanti la cavità palleale, nella quale sono contenuti il sistema digerente, quello respiratorio (costituito da 1-2 ctenidi o branchie secondarie), quello escretore (costituito da due nefridi, anche se in molte forme un rene è piccolo o assente) e quello riproduttivo. La conchiglia, quando è presente, è unica, non concamerata, generalmente spirale o conica, con avvolgimento verso la parte posteriore del corpo. L’animale, in caso di pericolo, può ritirare capo e piede nella conchiglia e chiudere l’ingresso grazie ad una formazione cornea o calcificata del piede, detta opèrcolo. In genere a sessi separati, con fecondazione esterna e larve trocofora e veliger. Alcune specie presentano fecondazione interna e sono vivipare, altre sono ermafrodite.
Gruppo di grande successo evolutivo comprende specie marine, di acqua dolce e terrestri. Se ne conoscono circa 76.000 specie, delle quali 1.200 presenti nel Mediterraneo. Molte sono erbivore, altre si nutrono di detriti o di sostanze organiche, altre ancora sono carnivore e si cibano di un altro mollusco, forandone la conchiglia o mangiano vermi, ricci e pesci.
La classificazione tassonomica dei Gasteropodi è molto discussa e in continua revisione soprattutto alla luce delle recenti evidenze sperimentali derivanti da studi molecolari di analisi del DNA.
Lo schema di classificazione tradizionale suddivide la classe Gasteropoda in sei sottoclassi, Prosobranchia, Heterobranchia, Opistobranchia, Gymnomorpha, Polmonata, Divasibranchia.
La classificazione più moderna distingue due sottoclassi principali, quella degli Eogastropoda e quella degli Orthogastropoda.

Bibliografia:
NEGRA O., ZOBELE LIPPARINI G., 2005. I molluschi e le loro conchiglie. Guida al riconoscimento. Franco Muzzio Editore, pp.350 .
PONDER W.F.,  LINDBERG D.R., 1997. Towards a phylogeny of gastropod molluscs: an analysis using morphological characters. Zoological Journal of the Linnean Society, 119: 83-265.

Francesco Saverio Monticelli (1863 - 1928)

Francesco Saverio Monticelli (1863 - 1928) da ritratto nella Biblioteca del dipartimento di Zoologia di Napoli

Nacque a Napoli il 5 settembre 1863 e vi morì il 5 settembre 1928 per una grave malattia polmonare. Si laureò in Scienze Naturali, divenendo allievo di Salvatore Trinchese, celebre professore di Anatomia Comparata. Nel 1888 conseguì la docenza in Zoologia ed Anatomia Comparata. Grazie alle agiate condizioni economiche visitò i musei e gli istituti più importanti d’Europa. Nel 1894 vinse il concorso a professore ordinario di Zoologia ed Anatomia Comparata presso l’Università di Sassari. Dapprima insegnò a Cagliari e a Modena, poi ottenne la cattedra di Zoologia a Napoli, dove rimase fino alla morte.
Nel 1900 assunse la direzione del Museo ed è ricordato perché riorganizzò i locali del museo nonché l’esposizione delle collezioni in base ai principi dell’evoluzionismo darwiniano di cui era un fervente sostenitore.
Fu anche direttore dell’Istituto di Antropologia ed ebbe la direzione scientifica della Stazione Zoologica dal 1917 al 1924. Fu Cavaliere della Legion d’Onore, membro della Commissione Internazionale per la Nomenclatura Zoologica e della Commissione Internazionale per la Parassitologia. Fu eletto tra i primi venti elmintologi del mondo: famosi sono i suoi studi sui Platelminti, Nematodi, Acantocefali e Nemertini. A lui si deve la scoperta presso la Stazione Zoologica del Placozoo Treptoplax reptans che E. Häckel definì la gastrula vivente. Si occupò anche di Cnidari, Crostacei e Chirotteri. Dal 1915 contribuì all’ammodernamento dei laboratori e dell’acquario presso la Stazione Zoologica, incrementando anche la biblioteca e le collezioni museali.

Bibliografia:
BOTTE V., SCILLITANI G., 1999. Il Museo Zoologico, in I Musei Scientifici dell’Università di Napoli Federico II, a cura di Arturo Fratta, Fridericiana Editrice Universitaria, pp. 141-183, Napoli.
MAIO N., PICARIELLO O., SCILLITANI G., 1995. Storia e vicissitudini del Museo Zoologico dell’Università di Napoli Federico II. Museologia Scientifica, XII, 3-4, pp. 189-225.

Tigre siberiana Panthera tigris Z3625

Tigre siberiana Panthera tigris Z3625. Foto di Antonio Pietro Ariani

Famiglia di carnivori predatori, di taglia media o grande, caratterizzati da un corpo agile e flessuoso ricoperto da soffice pelliccia, vista acuta e artigli retrattili. Attualmente nel mondo sono note circa quaranta specie differenti di Felidi diffuse in tutti i continenti, con l’eccezione dell’Antartide e dell’Australia.
I Felidi, caratterizzati da cranio tondeggiante e muso corto, sono dotati di vista e udito molto fini. Le orecchie sono erette, molto mobili per meglio ricevere i suoni, e possono avere forma arrotondata o appuntita. I denti sono ben adattati per afferrare la preda e lacerare le carni, ma non per masticare. Sono presenti tre paia di incisivi, un paio di canini, due o tre paia di premolari e un paio di molari; questi ultimi sono modificati a formare potenti cesoie e hanno, dunque, una funzione trinciante. La lingua è ricoperta da piccole protuberanze chiamate papille, che permettono all’animale di spolpare le ossa delle prede. Le zampe terminano con cinque dita in quelle anteriori e quattro in quelle posteriori, munite inferiormente di morbidi cuscinetti. Tutti i Felidi sono digitigradi, vale a dire camminano appoggiandosi soltanto sulle dita. Gli artigli sono lunghi, affilati e, con la sola eccezione del ghepardo, completamente retrattili. I Felidi che vivono nelle regioni fredde hanno una pelliccia lunga e soffice. Il maschio di solito è più lungo e pesante della femmina, ma presenta la stessa colorazione del mantello e la stessa struttura corporea.
I Felidi manifestano alcuni comportamenti tipici di cura del corpo, ad esempio si lavano il muso con le zampe anteriori e si affilano gli artigli. La maggior parte di essi caccia in condizioni di luce crepuscolare, inseguendo furtivamente la preda, oppure appostandosi e balzandole addosso all’improvviso. In genere cacciano da soli o in gruppi familiari, affidandosi soprattutto alla vista e all’udito. Hanno anche un ottimo olfatto, di cui si servono principalmente per esaminare la preda abbattuta. La maggior parte dei Felidi è monogama.
Nonostante risulti ancora difficile tracciare una linea filetica per i Felidi, dai resti fossili sembra che il primo Felide, denominato Eusmilus, sia vissuto in Europa in terreni databili dall’Eocene superiore (circa 37 milioni di anni fa) a tutto l’Oligocene (da 34 a 23 milioni di anni fa circa).
I Felidi moderni discenderebbero da antenati di piccole dimensioni, dei quali non sono rimasti resti fossili.
Nell’ambito della famiglia, godono di grande notorietà i grandi Felidi appartenenti al genere Panthera tra cui il leone e la tigre.

Bibliografia:
BADINO G., MASUTTI L., LODI E., TORTONESE E., ANDREOLI R., TORCHIO M., BRUNO S., GUERRA M., CAGNOLARO L.,  2005. La Scienza. Il Regno Animale. Volume II, UTET Cultura, pp.779.

Smeriglio (Falco colombarius) Z4746

Smeriglio (Falco colombarius), Napoli, Z4746

La falconeria è la pratica della caccia mediante uccelli da preda selvatici (essenzialmente Falconiformi, Accipitriformi), ammaestrati a raggiungere, catturare e consegnare l’uccello predato al cacciatore (falconiere).
Le origini della Falconeria sono molto antiche. Alcuni autori la fanno risalire al 3000 a .C. in Medio Oriente, mentre le sue origini in Occidente sono più recenti e databili tra il IV e V secolo d.C.
In Italia la falconeria conobbe nel  Medioevo un periodo di particolare splendore presso le corti di feudatari, re e imperatori, divenendo segno distintivo di nobiltà, tanto che i falconi venivano portati a corte, in chiesa o anche in battaglia. Durante le crociate i Cristiani e i Saraceni utilizzavano i falchi come offerte di pace.
La rivoluzione francese segnò l’inizio di un periodo di lento declino, tanto che agli inizi del XX secolo la straordinaria relazione uomo-falco era andata completamente persa ed era in atto una spietata persecuzione di molte specie di Falconiformi.
La storia della falconeria si incrocia con la storia dell’imperatore Federico II di Svevia (1194-1250). Per Federico II la falconeria non rappresentava solo una manifestazione simbolica di potere, ma costituiva una vera passione che coltivò per tutta la vita, e che gli permise di conoscere meglio il mondo della natura. Egli infatti coltivò a lungo studi ornitologici finalizzati, soprattutto, alla pratica della falconeria, ebbe contatti con molti abili falconieri mediorientali ed introdusse dal mondo arabo l’uso del cappuccio, in sostituzione alla traumatica tecnica in uso fino ad allora in Europa di cigliare le palpebre dei rapaci, cioè di suturarle allentando gradualmente tale sutura con l’avanzare del livello di addestramento. Elaborò così il suo celebre trattato De arte venandi cum avibus, ancora oggi “bibbia” dei falconieri, con il quale ha aperto la strada ad un maggior rispetto per i rapaci.

Di questa opera, esistente in un’unica copia originale presso la Bibliothèque Nazionale de France a Parigi, è stata realizzata qualche anno fa una costosa copia anastatica.
Negli ultimi anni sono sorti molti centri di Falconeria, grazie ai quali è stato possibile valorizzare questa splendida Arte aperta a tutti gli appassionati della natura e degli animali. Quest’arte  è divenuta anche occasione di sbocco professionale, dal momento che l’uso di rapaci addestrati è l’unico mezzo per tenere lontano altri uccelli non graditi, come i gabbiani nelle discariche, i piccioni nei centri storici delle città d’arte o volatili che negli aeroporti risultano pericolosi entrando in collisione con i motori degli aerei in fase di decollo o atterraggio (bird-strike).
Le specie maggiormente utilizzate in falconeria sono: il Girfalco (Falco rusticolus), il Lanario (Falco biarmicus), il Falco sacro (Falco cherrug), il Pellegrino (Falco peregrinus), lo Smeriglio (Falco colombarius) tra i Falconiformi; l’Astore (Falco palumbarius) e lo Sparviere (Accipiter nisus) tra  gli  Accipitriformi.

Bibliografia:
CAMERINI G., 2006. Falconeria. L’arte antica di addestrare e cacciare con i falchi. Camerini Ed., pp. 155
GENSBOL B. 1992. Guida ai rapaci diurni d’Europa, Nord Africa e Medio Oriente. Zanichelli, pp.374.

Fino alla fine del 1700 perdurò una visione creazionista del mondo naturale, secondo cui ogni specie esiste in quanto è stata creata da Dio e chiamata in vita all’atto della Creazione. Secondo tale concezione le specie erano stabilite e non potevano subire modifiche (teoria del fissismo).
Nei primi anni del 1800 Lamarck nell’opera Philosophie zoologique affermò che gli organismi, così come si presentavano, erano il risultato di un processo graduale di modificazione che avveniva sotto la pressione delle condizioni ambientali. Sebbene la teoria di Lamarck fosse in vari punti criticabile, il suo autore fu il primo scienziato ad affermare la trasformazione dei viventi.
Nel 1859 il naturalista inglese Charles Darwin rivoluzionò le idee dei naturalisti con la pubblicazione de L’origine delle specie per selezione naturale, ossia l’affermarsi delle razze privilegiate nella lotta per l’esistenza. Darwin affermò che gli organismi di una stessa specie presentano una certa variabilità individuale; sulla variabilità intraspecifica agisce la selezione naturale permettendo la sopravvivenza di certi caratteri e non di altri e la loro trasmissione alla progenie.

Bibliografia:
RIDLEY M., 2006. Evoluzione. La storia della vita e i suoi meccanismi. McGraw-Hill pp. 736.
PIEVANI T., 2006. La teoria dell’evoluzione. Il Mulino, pp. 136.

Gli esemplari museali possono essere preparati con tecniche di tassidermia (dal greco taxis ‘disposizione’ e derma ‘pelle’) che consentono di conservare a secco animali morti mantenendone l’aspetto e le dimensioni naturali. Le metodiche della tassidermia sono molto diverse dai procedimenti utilizzati nel passato per imbalsamare. Tali tecniche prevedono che, dopo accurate misurazioni e osservazioni sulle fattezze dell’esemplare, l’animale venga privato della pelle; questa viene montata su un manichino di resina che riproduce la forma dell’esemplare, in modo da ricostruire l’aspetto dell’animale in condizioni naturali. L’esemplare naturalizzato viene completato applicandovi occhi di vetro e riproduzioni in resina di altri organi molli, quali ad esempio la lingua.
L’arte della tassidermia ha origini abbastanza recenti sebbene fin dagli inizi del XVIII secolo le tecniche basate essenzialmente sull’impagliatura abbiano consentito la conservazione di preziosi campioni. Durante il secolo scorso le tecniche di preparazione degli esemplari sono state notevolmente perfezionate così da consentire riproduzioni sempre più realistiche.
Importanti laboratori di tassidermia furono il Rowland Ward’s Ltd., fondato a Londra attorno al 1850, la Maison Verreaux di Parigi e il Ward’s Natural Science Establishment di Rochester (New York) nel quale operò il naturalista Carl Akeley (1864-1926), il quale insieme ad altri studiosi mise a punto le tecniche che portarono alla moderna tassidermia.
Un altro metodo di conservazione degli animali, utilizzato per organismi di piccole dimensioni, è quello di immergere direttamente l’esemplare in speciali liquidi conservativi, i più usati dei quali a base di formaldeide e di alcool etilico (etanolo).

Bibliografia:
CIPRIANI C., 2006. Appunti di museologia naturalistica. Firenze University Press, pp. 126.

Tra i reperti del Museo Zoologico vi sono numerosi campioni conservati in liquido, modalità che consente di conservare organismi, ma specialmente organi molli impedendone la degradazione e rendendo evidenti anche i più minuti particolari.
Nei secoli scorsi venivano utilizzate miscele contenenti diversi tipi di alcool e altri reagenti studiati per ottenere apposite soluzioni conservanti. A partire dagli inizi del novecento generalmente vengono utilizzate soluzioni di alcool etilico al 70 % o formalina al 4-5%.
Perché i campioni in liquido si conservino bene è importante che il contenitore sia chiuso ermeticamente, altrimenti si disidratano e marciscono. Anche con una corretta conservazione, però, le colorazioni dei preparati, in particolare quelle in alcool, sono soggette, a lungo andare, a sbiadire o ad annerirsi, specie se esposte alla luce. Questa metodica di conservazione risulta vantaggiosa anche in quanto su campioni adeguatamente conservati in alcool è possibile effettuare indagini biomolecolari.

Encefalo squalo bianco (Carcharodon carcharias) Z1113

Encefalo squalo bianco (Carcharodon carcharias) Z1113

Testa in formalina di Canesca (Galeorhinus galeus), nella quale è visibile il cervello. Collezione del Gabinetto di Anatomia Comparata, Z1117

Testa in formalina di Canesca (Galeorhinus galeus), nella quale è visibile il cervello. Collezione del Gabinetto di Anatomia Comparata, Z1117

Bibliografia:
CIPRIANI C., 2006. Appunti di museologia naturalistica. Firenze University Press, pp. 126.